martedì 20 maggio 2008

Venditori di Morte





Avrei voluto usare immagini più forti, più crude; e vi assicuro che ci sarebbe stata solo l'imbarazzo della scelta.
Da, persone ridotte a larve di se stesse, con le due foto di raffronto, con il classico prima e dopo, a tutte le siringhe usate che infestano i parchi del mondo, a quei poveri ragazzi vittime e schiavi di una mente che non lo è più, per volere di atroci schiavisti e "venditori di morte", intenti a darsi quell'atroce e lenta morte, agli slogan dei vari schieramenti politici o tutte le battute di cattivo gusto a danno di questi schiavi.
Ma non lo farò, perché non voglio urtare la sensibilità di nessuno con immagini tropo crude.
Ma lasciatemi passare queste poche immagini e i miei versi per denunciare questi orrendi schiavisti, questi atroci venditori di morte spesso in giacca e cravatta o ben vestiti, persone insospettabili che dicono di volere il bene comune, non meno colpevoli degli spacciatori veri è propri.
LO SBALLO NON E' BELLO!!!

“VENDITORI DI MORTE”

Lungo le strade
venditori di morte
decidono della
umana sorte,
alienando sogni
di chiara polvere
dicendo che questa
poi faccia risorgere.

Nelle discoteche
persone bieche
inondan le menti
delle giovani genti,
spacciando l’oblio
per divertimento
infondendogli un immane
e perpetuo tormento.

Dentro a lussuosi
palazzi dorati
venditori di morte
sempre ben vestiti,
con venti spinelli
ed alcuni grammi
si lavan le mani
di immensi drammi,
decidendo quanto
di quella morte
a quei ragazzi
posa bastare
per poter vivere
oppure morire.


Destati ora
dolce speranza,
fa che il senno
in questi s’avanza,
che mai più siano
dei compratori
e scaccino quei
lividi venditori,
perché tramutino
lo sballo in bello,
e torni alla vita
il dolce ballo.


Gaetano GULISANO

domenica 18 maggio 2008

Tramonto


“TRAMONTO”

Mentre il sole lento
nel mare s’immerge,
come se dolcemente
v’affondasse,
l’aspra brezza salmastra
mi inonda il palato,
mi pettina i capelli,
mi punge le nari.

Fintanto che il mare è
reso purpureo
da quel vermiglio sole,
la mente mi s’inebria
in un cocente abbraccio.

Il cielo ancora ramato
dal ricordo di quella
calda sfera,
come un attento ospite
accoglie l’infreddolita luna,
alleviando per pochi
interminabili istanti
il suo candido pallore.

Io felice
per esser parte
di questo sommo incanto,
paziente guardo
la lucente e pallida
Artemide.

Consapevole
che il fiero Apollo,
domani imbriglierà
i suoi destrieri,
prenderà in mano le
lunghe redini,
soggiogandoli ancora
al suo volere.

Al pari
di quell’infuocata sfera,
anch’io domani risorgerò
a levante.



Gaetano GULISANO


Angeli senza le ali

Mentre la vita scorre nella maniera più tranquilla che si possa immaginare, lavoro, casa, amici...
Un bel giorno, in un'interminabile frazione di secondo, ti trovi disteso sull''asfalto in una pozza di sangue e poco lontano, giace un tuo amico e collega di lavoro.
Ti dicono che forse, in qualche modo guarirai, ma ti dicono che al tuo amico devono amputargli la gamba e ti dicono anche di dargli coraggio, anche se sai che non riusciresti mai a trovare le parole giuste.
Sai anche, che l'unica cosa giusta da fare è resistere, ed esorti anche il tuo amico a farlo, perché ci sono delle persone che danno la loro vita alla scienza, altre che danno la loro vita per aiutare le persone che come me ed il mio amico si sono visti defraudati dei loro sogni.
Ma quando ormai, non ci credi più, nel tuo destino si profila l'Istituo Ortopedico Rizzoli di Bologna, il Prof. Sandro Giannini con il suo staff e gli infermieri della 6° divisione.
Allora capisci che sulla terra ci sono "Gli Angeli senza le Ali" che riescono a volare ad alta quota pur restando con i piedi ben saldi a terra.

GRAZIE!!!





“ANGELI SENZA LE ALI”


Senz’ali muti angeli vagano
per le corsie degli ospedali.

portan speranza la dove è vano
sognar guarir da atroci mali.

senza curarsi della fatica
conforto danno a chi più non spera.

come la nave che il porto trova
in voi si scorge la calma sera.

Non siete arcani ma siete reali
angeli dolci senza le ali.

Siete i dottori e gli infermieri
che calmi vagan per gli ospedali


Gaetano GULISANO

sabato 17 maggio 2008

Neve


La mia più grande tristezza, è che un giorno tutto questo splendore, possa essere ammirato solo nelle belle fotografie o nei racconti degli anziani.
Ogni anno, con il riscaldamento globale, perdiamo una grossa parte dei nostri ghiacciai.
Un giorno, sentivo dei ragazzi che in proposito dicevano "meglio il caldo al freddo".
Mi domando, come si può essere tanto stolti, come si fa a non apprezzare le bellezze della natura.
Prediligendo il caldo al freddo o viceversa?
Sia luno che l'altro, fanno parte di quel disegno divino o di quell'equilibrio della natura (per chi non crede in dio).
L'uno senza l'altro, non potrebbe esistere, perché si annullerebbero a vicenda inevitabilmente.
Come si può essere incuranti del suicidio che stiamo perpetrando, pronunciando "meglio il caldo al freddo".
Io continuo ad essere fiducioso che gli uomini si destino del torpore anti ecologista che che come un terribile morbo sta appestando le menti degli umani e si corra al più presto ai ripari.
“NEVE”

soffice neve che dal ciel diffondi
e imbianchi le valli e i sommi monti,

Rendendole come signori canuti
che sulle valli regnano muti.

Quanta beltà nel core mi mandi
osservando questi muti giganti.

Imbiancati dal tuo delicato manto
e tanta la gioia che si muta in pianto.

Non pianto di duolo ma commozione
nel mirar questa bella creazione.

Oh uomini in pace
se il senno vi luce

cessare non fate
queste nevicate.


Gaetano GULISANO

Carabiniere



"CARABINIERE”

Tu,
che in pochi istanti
prendi risolutive decisioni,
le stesse che un magistrato
prende in giorni e giorni
di consultazioni.

Tu,
che insonne vegli
le nostre notti
sotto la pioggia battente
o al gelido alito
del giorno nascente.

Tu,
che con il tuo sangue
hai lavato il lerciume,
che ha insozzato
le strade della nostra
bella Italia
e che ancora l’insozza

Tu,
ingiuriato negli stadi,
deriso nei teatri,
vilmente dilaniato a “Nassiyria”,
oltraggiato nei cortei,
da quell’infamante
dieci, cento, mille
e cosi sia.

Tu,
che usi tacendo
obbedire
e tacendo
morire.

Ti dico grazie
CARABINIERE.

(A tutti i Carabinieri D’Italia)


Gaetano GULISANO

Spumeggiante Onda


“SPUMEGGIANTE ONDA”

Spumeggiante onda,
liquida fonte di gai pensieri
e di dolci ricordi,
perpetuo atto
di arcane storie ,
andirivieni
di intensi sentimenti.

Spumeggiante onda,
trasportami nei tuoi ricordi,
annegami nei tuoi pensieri,
inabissami nei tuoi segreti,
fammi naufragare
in lontani lidi.

Spumeggiante onda,
destami lo spirto che
di Odisseo fu ,
il gusto della libertà,
il senso della scoperta.

Spumeggiante onda,
infondimi il sale
del tuo travolgente mare,
l’impetuosa forza
delle tue tempeste
la calma dei
tuoi sereni tramonti.
Spumeggiante onda,
infrangiti
con tutto il tuo
veemente vigore
sulla chiglia
della mia fantasia.

Spumeggiante onda,
tu, oh sorella
del possente Eolo,
chiamalo a spirare
sulle vele
dei miei sogni
e reclamalo
per gonfiarle
con l’ impeto
di erranti miti.

Spumeggiante onda,
fammi ancora
viaggiare
nei segreti mondi
del tuo immenso mare.

Gaetano GULISANO

Forno di Canale

Forno di Canale, era il nome originario di Canale d'Agordo, un paese montano nella vallata Agordina, in provincia di Belluno.
Paese, che diede i Natali a Papa Albino Luciani.
Io personalmente, sono molto affezionato a questo paese, perché è stato il primo posto(incantevole), che la mia attuale moglie, mi ha fatto visitare, innamorandomi perdutamente delle montagne, perché di lei lo ero già perdutamente.


FORNO DI CANALE


Un dì dalle venete acque mi mossi,
e fino ai quei monti svelto mi volsi,
per il voler di una donna sì bella
che mi convinse con dolce favella.

Alla visione di tanto splendore
colto io fui da immenso fervore,
nel contemplare quei monti sì belli
che al cielo guardano tranquilli.

Quella si dolce e bella fanciulla
col suo bel fare e con voce tranquilla,
ancor mi narrava di quei luoghi ameni
e dei natali di papa Luciani,
di quel paese sì tanto gioviale
che fu il Forno di Canale.

Oltre io udivo quei dolci racconti,
dei dì trascorsi e di allegre genti,
e più rapito io mi sapevo
e in quei bei monti
con l’alma vagavo

Guardando assopito quei muti giganti,
dalle bianche vette padroneggianti,
pensai al paradiso narrato dai santi
e del mio pensiero fu allor convinzione,
che assomigliasse a quella visione.

Io pensai lesto, ai miei cari estinti
che in pace ora erano sopra quei monti,
di triste gioia il mio core si stette
nel saperli gai fra quelle vette.


Per valli e sentieri io presi il cammino,
scrutando quei boschi sì da vicino,
sentendomi parte di quella natura
che l’uomo maltratta con somma sciagura.

Fui dunque convinto che dal quel momento,
mai più avrei lasciato quel luogo incantato,
con quella fanciulla sì amata e sì bella
che fu l’a cagione del mio dolce fato,
l’avrei difeso dall’umano
male lucente Forno di Canale….



Gaetano GULISANO

Monte la civetta

Un giorno mentre passeggiavo per le vie di Canale d'Agordo ( che è l'attuale nome di Forno di Canale), mi trovai davanti in tutta la sua imponente maestosità il monte "La Civetta.
Guardavo quasi ipnotizzato, quella massa all'apparenza inerte, inanimata, di possente roccia.
Il sole del tardo pomeriggio, gli donava una lucentezza che sembrava propria, come se fosse il sole stesso ad illuminarsi al cospetto del monte e non viceversa.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quell'incanto e, le persone che mi passavano accanto, d'un tratto, sembravano mute ed inanimate, sembravano delle statue in movimento.
Mi trovai ad ascoltare con l'anima, quel monte che mi raccontava di come gli uomini, non si curano di ascoltare la voce della natura, perché troppo impegnati nelle loro folli guerre.


MONTE LA CIVETTA


Ti vedo roccia nuda e possente,
ma muto mi parli monte imponente,
t’appellan come il rapace uccello
e usi le nubi come cappello.

Della civetta hai la parvenza
e della roccia la sua potenza,
quando il sole ti viene a baciare
dai luce al Forno di Canale.

Ti dicon spoglio di spirto vitale,
e che, agli umani non puoi parlare,
ma più ti rimango a contemplare
e oltre sento il tuo narrare.

Di gente dura senza sgomento,
che per la valle senza paura
dall’alba al tramonto duro lavora.
Narrami oh monte di quella gente
che ignara d’esser di razza uguale
folle si volle sterminare.

Sento il tuo pianto maestoso monte,
li nomi figli quei prodi alpini
sia Austriaci che Italiani,
che la follia di un attentato
uomini in belve a presto cangiato.

Ancor tu gemi nel tuo narrare
e ti domandi con gran stupore,
perché quei figli dell’Alpi belle
udir non seppero le favelle,
che con muta voce quei monti urlavano
e alla pace le genti invocavano.

Oh caro monte dall’ali abbondanti,
ancor mi narri di guerre furenti,
del cimitero dei figli tuoi
che fu il fratello tuo Lagazzuoi.

Ancor io odo il tuo singhiozzare,
mentre ascolto il tuo serio narrare,
di quei figli sepolti in altra vallata
sulla sorella tua Marmolada.

Che gravi accenti io colgo col core,
mentre mi narri di sì tanto orrore,
che ancor non stanchi di guerre immani,
or sei tu tomba di quei partigiani,
che per liberarci dall’oppressore,
caddero fieri con onore.

Dunque comprendo perché mi parli
con così grave supremo accento,
perché io narri al mare e al vento
e alle genti di tutto il mondo
che non ve roccia possente e muta
se l’alma in sorda non si tramuta.


Gaetano GULISANO

Trinacria



















Come non farsi affascinare dalla mia terra (e dico mia con tutto l'orgoglio e il dolore di cui un essere umano può essere capace).
L'orgoglio per essere nato nello stesso luogo di filosi e poeti, l'orgoglio di essere nato in quel luogo, dove la montagna sposa il mare e con questo si confonde, il luogo dove il sole ha la sua dimora e, quando il divino Febo, imbriglia i suoi cavalli e stimolandoli li fa rompere in un frenetico galoppo, sparge quel manto dorato alle spighe di grano che con il complice aiuto di Eolo, le fa dolcemente ondeggiare; l'orgoglio per essere nato in quella terra di gente che arsa dal sole, da questo è rinvigorita.
Il dolore, nel vederla maltrattata da quei figli ingrati e fratricidi; il dolore, perché spesso questa splendida terra, viene associata a quanto di più malvagio l'uomo può concepire;
il dolore, nel vedere nella mia gente assopita la forza, il coraggio; affievolito l'ardente fuoco che arde come nelle viscere del vulcano.
Ma ancora rincuorato, per l'esistenza di persone che come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno detto e, continueranno sempre a dire NO! NO! e sempre NO!
I nuovi imprenditori, che hanno deciso che "TRINACRIA" deve ritornare ad essere effige di onesta e coraggio, e non di illegalità e vigliaccheria.


TRINACRIA”

Sotto l’abbraccio attento del vulcano
che con il suo pennacchio fumoso
come un carabiniere vigila,

dorate e spumeggianti onde
sono i campi di grano
che sulla piana di Catania
rigogliosi fluttuano.

Tormentati dal dolce alito
sembrar li fa
danzanti fanciulle bionde
alla paesana festa.

Perle rigogliose
sono i variopinti agrumeti,
delizioso il profumo
che il gelsomino
e la zagara spande.

Oltre, il mare avvolge
con il suo perpetuo abbraccio
questa linda terra,
che tanto gioir la fa per la sua quiete
e tanto pene nelle notti di tempeste desta.

Tu terra di conquiste,
patria dei miti Greci,
tu che a filosofi
e immani eroi desti i natali,
perché da gente sì codarda
martoriar ti fai?

Che infama le tue memorie,
che oltraggia le tue genti.

Oh vulcano,
colma con la tua impetuosa lava
le vene delle rette genti

Oh mare,
infondi la tua perenne forza
nelle menti dei giusti.

Oh Trinacria torna ad essere
la patria degli onesti.



Gaetano GULISANO

Aci Trezza




“ACI TREZZA”

Sotto i faraglioni
di Aci Trezza,
nella solitaria notte
muta e mesta
luccicano le lampare
a festa.

Occhi curiosi
che scrutano nel mare
sono le barche
che calme si lasciano
cullare.

Sul mare la luna
l’argenteo manto stende,
rendendolo come
un fermo incanto,
muta ascoltando
il loro dolce canto.

Quel tratto
che solcato fu d’Ulisse
e l’ira del Ciclope
Omero disse
che accecato
dal furbo Nessuno
in suo soccorso
chiamo il padre
Nettuno.

In questo luogo
di sì dolce incanto
che il gran poeta
narrò in suo canto
in questa notte
di così calma brezza
cantano i pescatori
di Aci Trezza.

Gaetano GULISANO

giovedì 15 maggio 2008

La tomba del Partigiano



In memoria di quelle persone che, sacrificando la loro vita, ci hanno reso LIBERI.


“LA TOMBA DEL PARTIGIANO”




La calura estiva era diventata insopportabile, la marea si era notevolmente abbassata, lasciando scoperte le alghe ai bordi degli scalini che, dalla piazza san Marco conducevano alla laguna e quasi come innervosita anch’essa, schiaffeggiava con continua flemma le gondole ormeggiate. L’olezzo stimolato dal caldo sole d’Agosto che, incessantemente percuoteva quel verde miscuglio di vegetazione marina e puzzolenti frutti di mare, diventava sempre più insostenibile, anche per i nasi più avvezzi a quel fetore, che contrastava con le immani bellezze della città.
Carovane di turisti, condotti come le mandrie di bovini di quei vecchi film Americani del “far west”, sudati e doloranti a causa del lungo camminare per le calli della città dell’antica Serenissima Veneta Repubblica, vociavano nelle lingue più bizzarre, da far sembrare la piazza san Marco e il suo maestoso campanile, come una moderna “Torre di Babele”.
Ripensavo a qualche giorno prima, fra i tavolini di un bar, dove lavoro come cameriere, avevo sentito parlare una coppia che diceva di essere appena tornata da un paese di montagna, “Canale d’Agordo” in provincia di Belluno, a poche ore di automobile da Venezia. - Carlo - diceva la donna seduta al tavolo, che aveva tutta l’aria di essere la moglie - perché siamo tornati così presto, appena una settimana, io non riesco a sopportare quest’afa. Ti prego, torniamo anche questo fine settimana, sono meno di tre ore di automobile. - E come una gatta che faceva le fusa, si avvinghiava alle braccia del marito, da sembrare un esotico pitone, con negli occhi lo stesso sguardo di quei cagnolini, che da sotto il tavolo con le zampette anteriori ti chiedono un tozzo di pane. - Vedrò cosa posso fare Roberta - rispondeva l’uomo, rivolgendosi a quell’animale mitologico che aveva avvinghiata al braccio, sapendo che quel “vedrò”, si sarebbe presto tramutato in un “agli ordini”. - Parlerò con il capo ufficio, per avere altri giorni di ferie per questo fine settimana.- Intervenni nella loro discussione, anche perché era da qualche minuto che la coppia non si curava della mia presenza - I vostri “Bellini” signori!- Mi guardarono entrambi con distacco, la donna quasi infastidita per aver interrotto quei momenti, ricominciava a riprendere sembianze umane, abbandonando le fattezze di quel miscuglio di animali e srotolandosi dal braccio del marito. Posai sul tavolo i loro bellini e lo scontrino, (questa era la politica del bar) e dopo aver incassato i quindici euro quello era il prezzo delle loro consumazioni mi allontanai.
Ridestatomi da quel pensiero, mosso quasi da una misteriosa forza, dato che avevo ottenuto due giorni di permesso, mi imbarcai sul primo vaporetto per il “Tronchetto” (località dove vi sono i parcheggi per le autovetture), per andare a prendere la mia auto in garage, per visitare questo Canale d’Agordo.
Ogni qualvolta ero libero, passavo le giornate a Jesolo lido, una località balneare poco distante da Venezia, molto popolata da giovani ed in riva al mare, trovavo sollievo dalla calura. Anzi a dire la verità, la montagna non mi aveva mai attirato, la trovavo monotona e triste, mentre il mare mi aveva sempre affascinato; non poteva essere altrimenti dato che sono Siciliano e saltuariamente avevo lavorato su una barca di pescatori ad Aci Trezza, una marineria in provincia di Catania, famosa per i suoi faraglioni, narrati da Omero nell’odissea e per i libri di Giovanni Verga, fra cui il più famoso è: “I Malavoglia”.
Ma quel giorno, ero come attratto da una strana forza e dalla curiosità.
Dopo aver viaggiato per circa tre ore, giunsi al paesino di Canale d’Agordo; la coppia non aveva per niente mentito, anche se era una splendida giornata di sole, si sentiva la frescura nell’aria che mi dava un enorme sollievo alla mia schiena ormai incollata alla maglietta dopo le tre ore di guida. Ancora prima del cartello di benvenuto, si notava uno striscione simile a quelli che si vedono negli stadi che informava che Albino Luciani, ossia Papa Giovanni Paolo I, era stato un onorevole cittadino di quel ridente paese e, che fra qualche giorno ci sarebbe stata una messa in suo onore, celebrata dal Vescovo di Belluno. Più mi inoltravo in quel paese e, più tutto sembrava come incantato, i “Tabià”, (che avrei scoperto in seguito che così erano chiamati delle caratteristiche costruzioni in legno, adibiti a fienili e a deposito per la legna, che sarebbe stata molto utile nei mesi invernali).
Tutt’attorno, ero circondato da verdi boschi di pini e l’odore dell’erba appena tagliata, inebriava l’aria di un profumo tanto denso da stimolare piacevolmente i sensi. Era ormai così lontano nella mia mente quell’olezzo delle alghe della laguna. Continuai a camminare a lento moto con la mia automobile, quasi senza neanche accorgermene, uscii dal paese, ma il paesaggio era tanto incantevole che continuai per cercare uno spiazzo, per potermi fermare e addentrarmi a piedi e diventare parte di quei boschi. Dopo pochi minuti, quello che vidi superò di molto le mie aspettative. Mi trovai su uno spiazzo e di fronte come se una potente mano di qualche mistica divinità avesse spostato gli alberi di quelle montagne, imponente correva l’acqua di una cascata che si divideva in due, una più in quota e l’altra più a valle, che rigogliosa diffondeva la sua musica per la valle scaturita dallo infrangersi dell’acqua sulle rocce della montagna. Parcheggiai immediatamente l’auto come se fossi in ritardo ad un importante appuntamento, e cercai un sentiero che mi portasse su quei boschi. Incominciai a camminare, imboccando il primo sentiero che trovai senza neppure essere sicuro in quale direzione stessi andando, né per quale motivo mi sentivo tanto attratto da quei boschi. Dopo circa un’ora di cammino, mi trovai immerso completamente nella vegetazione, al ché, capii che involontariamente avevo abbandonato il sentiero e mi ero perso; avanzavo in quella vegetazione, cercando di riprendere il senso dell’orientamento, ma l’unico senso che trovai fu quello di smarrimento, perché continuavo ad inciampare in sassi e radici che sporgevano dal terreno. Mi resi conto di essere stato imprudente ad avventurarmi senza una cartina né senza chiedere informazioni alla gente del luogo; comunque non provavo senso di panico, cosa che invece mi capitava, quando con i pescherecci prendevamo il mare, anche se le condizioni non erano ottimali. Mentre ero assorto in questo pensiero, sentii un fruscio fra i rami, mi girai di scatto perdendo l’equilibrio e caddi fra i massi rotolando a valle perdendo il senso dell’orientamento. Quando riuscii a fermarmi, non so dire con precisione per quanti metri ero rotolato giù a valle, venti, trenta metri, ma la cosa che mi apparve insolita era che il sole che qualche istante prima imperversava nella valle era sparito e il cielo si era improvvisamente ingrigito.
Mentre mi rialzavo per scrollarmi le foglie secche che mi erano rimaste attaccate addosso, e per vedere se avevo qualche escoriazione, una figura quasi irreale mi si avvicinava, era vestita in maniera bizzarra, aveva dei pantaloni grigi molto logori, una camicia chiara con le maniche arrotolate sino ai gomiti ed un fazzoletto rosso attorno al collo e mi si avvicinava silente, con un bastone nella mano destra. Come mi fu vicino circa una decina di metri, notai con stupore che quello che portava nella mano destra non era un bastone ma un fucile, ne ero sicuro, ma mi appariva al quanto strana quell’arma. Quando mi fu proprio davanti, notai con sicurezza che si trattava di un moschetto della seconda guerra mondiale, ne ero sicuro, perché qualche giorno prima, avevo visto alla tv un documentario sul ventennio fascista; il viso era molto giovane con una folta barba bionda e con delle lacrime che sgorgavano da grossi occhi chiari, rigandogli il viso per perdersi nella folta barba bionda.
Guardandolo bene, vidi che anche l’abbigliamento era simile a quello delle famose “Brigate Garibaldi”, brigate di partigiani che in quei funesti anni, si batterono dando il loro sangue contro il nazifascismo e per la libertà. Ma come poteva essere reale una simile visione? Cosa mi stava capitando? Prima che potessi in qualche modo raccogliere i miei pensieri, quest’uomo più simile a un’ombra fluttuante che ad un essere reale incomincio a parlarmi. - Non temere è da giorni che ti osservo, e oggi ti ho voluto incontrare - A quelle parole, mi sentii gelare il sangue nelle vene; io non ho mai creduto negli eventi soprannaturali, anzi ho sempre dubitato persino che Dio potesse essere un invenzione umana per discolparsi di immani nefandezze che in suo nome nell’arco dei secoli il genere umano ha compiuto, e continua compiere o solamente per dare una spiegazione illogica quando non ne trova una logica. Ma adesso ero pietrificato, come se avessi incrociato gli occhi della gorgone Medusa. - Non temere Salvatore - riprese quell’ombra con voce che tradiva il suo aspetto giovanile, lasciandomi ancora più atterrito dopo che questi aveva pronunciato il mio nome. Cercavo sempre più di convincermi che, nella caduta avevo violentemente battuto la testa e, se non mi trovavo all’altro mondo, dovevo certamente essere in preda al delirio. - Salvatore - continuò chiamandomi per nome, ti ho voluto incontrare, perché ho scrutato nel tuo animo e ho visto la tua semplicità, sono stanco di vedere come voi dimenticate così in fretta la storia e i sacrifici dei vostri fratelli.- Incredulo in un primo momento di ciò che mi stava accadendo, prima che potesse continuare replicai: - So che sei solo frutto della mia ammaccata mente, ma per quale motivo mi hai scelto? - decisi di assecondare quello che mi stava accadendo, sicuro che tutto sarebbe svanito quando mi fossi ripreso o tantomeno, se non appartenevo più a questo mondo, cosa poteva accadermi di peggio? - Io sono solo un cameriere, non mi sono mai interessato di politica, anzi penso, che il fetore emanato delle alghe al sole quando a Venezia vi è la bassa marea, debba essere profumatissima acqua di colonia al cospetto del marciume della politica! - Non temere - riprese a parlare - Volevo solo che una persona pura nell’animo, sapesse chi effettivamente sono stato: Mi chiamavano Guglielmo e vivevo felice in queste valli del mio lavoro, allevavo mucche e non mi mancava nulla fino a quando la guerra, quella sciagurata guerra e quell’infame dittatore… - Pronunciando la parola si interruppe come soprafatto da un’immane rabbia, e mentre ascoltavo quel racconto, sembrava che il partigiano lentamente prendesse forme umane e lasciasse le sembianze dell’entità ultraterrena. - Io,- continuo riprendendo una apparente rabbiosa calma - proprio come te ed è per questo motivo che ti ho voluto parlare, non avevo idee politiche, amavo le cose semplici, il lavoro, l’onestà e soprattutto la libertà.- Fintanto che continua quel mesto racconto, le lacrime scendevano più copiose dal viso, rompendo gli argini della folta barba e fermandosi al suolo. - La libertà – continuò dopo alcuni singhiozzi - Quella libertà che ogni uomo dovrebbe sentire nel cuore, non quella strumentale delle bandiere, dei simboli, alcuni di terrore altri d’onore, ma la libertà di essere libero. E non schiavo della libertà schiavo di chi ti libera dall’oppressore. Chi è più vile, l’oppressore che ti toglie la dignità? O il liberatore che liberandoti si sostituisce al primo per a sua volta opprimerti? - Mentre ascoltavo quello sfogo ero sgomento, e di rimando risposi in maniera accorata, dimenticando per un istante la totale assurdità di quello che stava accadendo. - Non vi è nessuna differenza! – dissi – Sia il primo che il secondo a mio parere, sono entrambi dei vili criminali, che nascondendosi sotto quelle bandiere e quei simboli così diversi fra loro, perseguono lo stesso fine. Sottomettere il popolo, barbaramente uccidendo tutti quelli che a questi si ribellano.- Ecco perché ti ho chiamato, perché volevo sapere se ancora a questo mondo, esistono persone che amano la pura e semplice libertà. Ora so, che fino a quando esisterà anche un solo Salvatore, il mio sacrificio non sarà stato vano. Addio Salvatore.- Io, quasi senza pensare a ciò che dicevo replicai:- Ti rivedrò ancora Guglielmo? - Il partigiano rispose ancora prima che io potessi finire la frase - Ogni volta che vorrai, nel profondo del tuo cuore.- E nello stesso modo che era apparso svanì.
Assorto com’ero in quei pensieri, non mi accorsi che era ritornato il sole e che avevo sia i capelli impastati che la maglia intrisa di sangue, e allora subito pensai che tutto quello che avevo creduto di aver visto ed aver sentito, altro non fosse frutto della rovinosa caduta che mi aveva sicuramente procurato un trauma cranico ed il successivo delirio. Ma toccandomi la testa, notai che non avevo alcuna ferita e nelle vicinanze non vi era anima viva né altre macchie di sangue. Dunque quel sangue non poteva essere che mio. Anche se tutto questo mi turbava, nell’animo ero contento che a tutta quella irrazionalità, non vi riuscivo a trovare una logica spiegazione. Ed ero sicuro che da quel giorno, anche se in maniera graduale, sarebbe cambiato anche il mio rapporto con Dio.
Come in uno stato di catalessi, raccolsi alcune pietre, e li misi a cerchio nel modo da formare un grande vaso, poi presi parte di una corteccia di un albero, e giratola dalla parte più liscia, la pulii con la manica della mia maglia, e con il coltellino del mio cavatappi che solitamente uso al bar per aprire la bottiglie di vino e che inavvertitamente, avevo lasciato nella tasca dei miei pantaloni, incisi la scritta: “Al Partigiano difensore della libertà”. Dopo presi delle margherite, e le riposi in quel rudimentale vaso di pietre che avevo creato. Mentre mi allontanavo, mi parve di vedere nel cielo un arcobaleno, cosa al quanto strana, perché l’erba era asciutta, dunque non aveva piovuto anche durante la mia per così dire temporanea assenza dal mondo reale. Ma ormai le stranezze facevano parte di quella giornata, e volli credere che la visione dell’arcobaleno altro non fosse che la voglia di vedere quei colori, simbolo di pace, mandato come saluto dal partigiano.
Mentre mi allontanavo, stranamente ritrovai il sentiero che avevo perso, e dall’alto intravedevo il parcheggio dove avevo lasciato la mia automobile.
Appena all’automobile, ripresi la strada per Venezia, convinto che vi sarei ritornato presto per riporre altri fiori e sicuro che avrei ritrovato senza alcuna difficoltà, il sentiero per la tomba del partigiano.

Gaetano GULISANO

Io credo?


...Ho sentito dire (ma non ricordo né dove né da chi dove), che nostro Signore, non carica mai più peso di quello che un uomo può sopportare, ma a volte, sento il bisogno di fermarmi, posare a terra il mio fardello e riposare...

“Io credo?”

Io credo in Dio,
eppure ho giaciuto sull’asfalto
dolorante in una pozza
di sangue.

Io credo in Dio,
eppure sono stato mesi
sdraiato in un letto
di ospedale.

Io credo in Dio,
eppure non riesco
ancora a camminare.

Io vorrei non credere più in Dio,
per non incolparlo
di ciò che mi è accaduto,
vorrei destituirlo
dalla sua onnipotenza,
vorrei non affidare a lui
lo svolgersi degli eventi.

Io vorrei continuare
a credere in Dio,
ma non per chiedergli
il perché di queste
sofferenze,
non per incolparlo di ciò
che mi è accaduto,
non per chiedergli
il motivo della mia
mancata guarigione.

Io vorrei continuare
a credere in Dio,
per chiedergli
di restituirmi la fede.

(Dedicata a me che fino ad oggi mi sono sforzato di credere che il mio incidente è stato solo colpa del fato e non di un disegno divino
“La sofferenza fa parte del disegno divino , e di coloro puri di spirito. Antonia S.”)


Gaetano GULISANO

martedì 13 maggio 2008

Marmolada

Dal 1992, per lavoro mi trovo in Veneto. E dal 1997, per merito di mia moglie, ho conosciuto e mi sono innamorato della montagna.
La reggina delle dolomiti, la Marmolada, ogni anno che passa è sempre più malata per colpa degli umani che, incuranti della sua eterna bellezza (che rischia di non essere più eterna), la maltrattano contribuendo al riscaldamento globale.
Nei secoli, ha resistito alle varie incursioni dell'uomo come le gallerie scavate nella 1° guerra mondiale, atroce esempio di come l'uomo è capace di vili azione e allo stesso tempo di atti di eroismo e misericordia estrema.
Tutto questo per le generazioni a venire potrebbe essere solo motivo di studio su dei banchi di scuola.
Rifletti Uomo... Rifletti!!!



MARMOLADA

Eterna ti nomano femmineo monte,
supremo ghiacciaio sì dominante,
dalla tua vetta sì immacolata,
in te mi perdo
oh mia Marmolada.

Rapito da roccia così marmorina,
estasiato t’ammiro possente regina,
dall’alto tu domini questi verdi prati,
signora tu sei delle dolomiti.

Le valli sì eteree e incontaminate ,
da genti sì forti sono popolate.

Perché t’han violata quegli uomini stolti,
che pe’ lor furore adesso son morti?
Cessando il candore del tuo bianco manto,
bagnandoti con il loro immane pianto.

E gli uomini in pace che t’han profanata
e del bianco tuo manto or t’hanno spogliata,
come un cancro lento ghiacciaio imponente
le genti ti vedono agonizzante.

Allora insorgi mia somma regina,
ritorna e ghiacciarti si bella e suprema,
richiama a gran voce e senza timore
il generale che porta il candore.

Nient’altro ti chiedo mia bella reggina,
ritorna sul trono più forte di prima,
perchè ti si possa ancora mirare
in tutto il tuo candido splendore.

In te io confido oh sovrana mite,
che le mie preci siano esaudite,
ma ancora t’ammiro signora fatata
possente reggina oh mia Marmolada.

Gaetano GULISANO

Il viaggio nel tempo


“IL VIAGGIO NEL TEMPO”


Come ogni giorno, alle 08.00 ero già nello spogliatoio della caserma carabinieri di Venezia, dove prestavo servizio imbarcato su di una motovedetta di quel comando con il titolo di nocchiere motorista, ossia comandante di motovedette. Ormai erano più di quindici anni che per servizio navigavo lungo i canali di quell’incantevole città, avevo visto posti che, i turisti che giornalmente con ogni condizione atmosferica visitano la città, non avrebbero neppure lontanamente potuto immaginare; avevo visto quella Venezia che puoi vedere solo navigando in quei stretti canali, osservando quei palazzi che da secoli combattono contro l’incessante azione degli elementi e contro uno più spietato ed invincibile avversario. L’incuria degli umani, quegli stolti umani, che non vogliono guardare al passato, oltraggiando tutto quello che questo rappresenta, e avevo provato ad immaginare il rigoglioso splendore dell’epoca della “Serenissima”.
Ero quasi pronto, quando da fuori lo spogliatoio sentii urlare: - Cavallo pazzo! Cavallo pazzo! - quello era il mio sopranome, che mi era stato dato dal vecchio comandante, per il fatto che prima di essere trasferito a Venezia, avevo prestavo servizio in Sardegna e lì avevo imparato a montare a cavallo; avevo proseguito per qualche tempo anche al lido di Venezia, ove vi era un maneggio e quel burlone del vecchio comandante un Pugliese al quanto bizzarro, mi aveva attribuito benevolmente quel soprannome, come aveva fatto con la maggior parte dei membri del Nucleo Natanti, era quello il nucleo dal quale dipendevano le motovedette. - Cavallo pazzo! – continuava la voce, ma questa volta riuscii a distinguere di chi fosse quella voce, era del mio compagno di turno, Massimiliano, questo era il suo nome, un ragazzo non ancora trentenne, un Napoletano dal fisico poderoso ed atletico, fissato per la forma fisica ed il “Body Building” perennemente abbronzato da sembrare un bagnino di “Baywatch” e molto villoso da questo il suo soprannome “O scimmione”. - “Scimmione” aspetta che arrivo!- gli urlai dallo spogliatoio, appena questi fu dentro lo spogliatoio mi disse che il comandante voleva parlarmi.
Entrato nell’ufficio del comandante, questi con aria al quanto seccata, mi comunicò che fra una settimana, mi sarei dovuto presentare alla scuola allievi sottufficiali della Marina Militare all’isola di La Maddalena in Sardegna, per un corso di aggiornamento della durata di quaranta giorni, inerente al comando delle motovedette.
Il comandante continua a sbuffare, asserendo che al nucleo erano rimasti in pochi e non sapeva come rimpiazzarmi.
Sapevo che mentiva spudoratamente, perché lo conoscevo da più di quindici anni, un ex appuntato diventato maresciallo, che giornalmente doveva fare i conti con il fatto che tutti quelli che lo conoscevamo da lunga data, lo consideravano l’appuntato amicone di sempre, anche se tutti, ci rivolgevamo a lui mostrando il rispetto che meritava il suo grado.
Mentre continuava a parlare, non potei fare a meno di isolarmi dentro ai miei pensieri, la sua voce cominciò ad affievolirsi sempre più, più parlava più la sua voce diveniva fioca; sarei tornato in Sardegna, e un brivido mi percorse la schiena fino al cervello, avrei rivisto quei luoghi che quasi vent’anni prima, furono la mia destinazione da carabiniere neopromosso. Sarebbe stato come avventurarmi in un viaggio nel tempo, sarei tornato indietro di vent’anni. Anche se la mia prima destinazione e dove avevo passato i mie primi cinque anni di carriera prima di approdare nell’incantevole Venezia, non era stata La Maddalena, ma bensì Santa Teresa di Gallura, uno stupendo paesino sul mare, che distava pochi chilometri da La Maddalena, la quale conoscevo, solo perché quindici anni prima vi avevo fatto il corso per conseguire l’abilitazione al comando di motovedette. Anche per La Maddalena sarebbe stato un breve viaggio nel tempo, ma il vero viaggio nel tempo sarebbe stato quello a Santa Teresa di Gallura, ove avevo vissuto per cinque anni. Mentre fantasticavo questi pensieri, con la mente correvo al giorno che al primo riposo settimanale, avrei potuto effettuare il vero viaggio nel tempo. – Cavallo pazzo! Cavallo pazzo!- il maresciallo urlava e quasi ridestandomi dal torpore dissi - cosa?-
-stai ancora dormendo? Sono quasi le 08,30- disse il maresciallo con un’accentuata vena di sarcasmo - nulla- risposi - stavo solo pensando come organizzare il viaggio-
Abbandonai l’ufficio e ripresi il regolare servizio, ma per tutta la settimana, quel pensiero non mi abbandonò, organizzai con meticolosa precisione il viaggio dal biglietto aereo all’albergo dove sarei alloggiato, non trascurando il fatto che dopo pochi giorni mi avrebbe raggiunto mia moglie, una ragazza Veneziana con la quale ero sposato da due anni e che non avrei lasciato sola per tutti quei quaranta giorni. Perché, se mi eccitava il pensiero del mio passato, non avrei trascurato per nulla al mondo quello che era il mio futuro, la mia dolce moglie.
Quel giorno, il sole splendeva in un cielo privo di nuvole; all’aeroporto di Venezia Tessera ero pronto con il mio bagaglio a mano e dopo tutte le perquisizioni di rito al metal-detector, che ormai dopo l’11 settembre 2001, erano più accurate di una risonanza magnetica, salutai mia moglie, sapendo, che anche se la mia eccitazione per quel viaggio era palpabile, mi sarebbe mancata prima di quanto io mi aspettassi.
Dopo aver sorvolato la laguna veneta e il tratto di mare che separava la Sardegna dal resto d’Italia, il “continente”, come veniva chiamata da ogni persona originaria di quell’isola, appena il comandante dell’aereo, annunciò che stavamo iniziando la discesa verso terra, informandoci come di rito delle buone condizioni atmosferiche; dal mio finestrino diradatesi le nubi, si incominciava ad intravedere la costa smeralda, il golfo degli aranci e la città Olbia. A quella visione, ebbi un fremito perché da quella altitudine era tutto come vent’anni prima, anche se mi pareva insolito che in tutti quegli anni la devastatrice mano dell’uomo non aveva costruito obbrobriose ville su quelle coste. Non appena atterrato, ed aver recuperato i bagagli, quell’incanto immediatamente si ruppe, nulla era come l’avevo lasciato, ma in un primo momento non me ne curai, perche avevo fretta di raggiungere il pullman, che mi avrebbe portato a Palau, quello era il nome del paese, da dove partivano i ferryboat per La Maddalena, e se avessi fatto presto, facendo qualche telefonata, sarei potuto andare a Santa Teresa di Gallura quello stesso giorno. Aspettative però disattese, perché il pullman partì con notevole ritardo, ma nonostante ciò, durante il tragitto da Olbia a Palau, mi gustai il panorama di quella natura selvaggia, con le sue granitiche rocce e i suoi alberi misteriosamente cresciuti su di esse, con il tronco piegato per il forte vento che in modo innaturale aveva continuato a fiorire per l’arco dei secoli; ricordandomi tutte le volte che in cinque anni, avevo percorso quella strada, ogni volta che andavo o tornavo dalla licenza.
Appena arrivato a destinazione, dopo un viaggio in ferryboat non del tutto confortevole, abbandonai del tutto l’idea di poter recarmi a Santa Teresa di Gallura, in quanto per il disbrigo delle pratiche alla scuola allievi, ci volle più di quanto mi sarei aspettato.
Poco male pensai, che diamine, avevo d’avanti quaranta giorni, sarei andato con il primo riposo.
L’indomani, tutto agghindato nella mia divisa ordinaria, che non indossavo da tempo, perché da quando avevo preso a far parte del servizio navale dell’arma, avevo usato quella di navigazione. Mi avviai alla scuola sottufficiali, dentro l’aula, mentre mi presentavo ai colleghi compagni di corso, guardando attraverso le finestre, notai gli allievi che marciavano e facevano le loro esercitazioni, ed ebbi subito una strana sensazione, che quei ragazzi fossero troppo giovani per essere dei marinai che imbracciavano un’arma, ma poi vedendo nello stesso vetro la mia immagine riflessa, con cupo stupore mi persuasi che non erano loro ad essere troppo giovani e fuori luogo, ma ero io ad essere troppo vecchio per i banchi di scuola. Cercai di abbandonare quanto prima quel pensiero, concentrandomi sul giorno di riposo.
Fui destato dall’entrata di un attempato ufficiale della Marina Militare, il quale ci ragguagliò dell’importanza di quel corso esortandoci al massimo impegno, anche se l’ufficiale, aveva pronunciato quelle parole con poca convinzione, sapendo in cuor suo che le sue esortazioni non sarebbero state da noi recepite.
Finite le lezioni, quella sera, decisi di rimanere nell’isola, perché volevo ritornare in un bar che facevano dei panini farciti con pancetta che erano una vera delizia, ed inoltre ero ansioso d’incontrare il vecchio proprietario, con il quale quindici anni prima avevo passato delle spensierate e divertenti serate.
Quando giunsi al bar, per poco non passai oltre non riconoscendo né il bar né il titolare, quel locale che era stato punto di ritrovo per i vecchi frequentatori del primo corso di specializzazione, era diventato una bettola buia e maleodorante, il titolare era un signore in evidente sovrappeso, con una pancia sporgente per i troppi bicchieri di birra e con una calvizie avanzata. Appena mi avvicinai con una certa riluttanza, questi dopo un primo ed attento sguardo aprì la bocca in un sorriso che metteva in mostra i dei denti ingialliti dal fumo e un incisivo di colore argento, pronunciando il mio nome con tono interrogativo. - Sei tu Gaetano?- ormai ero in ballo e dovevo ballare - Peppe? - ripetei io, ci abbracciammo, questi era impregnato dell’olezzo del fumo, dell’alcol e della tedia; ci raccontammo i vecchi tempi davanti ad un bicchiere di birra, sorridendo e annuendo entrambi più volte, ma poi la sua espressione si incupì, quando iniziò a raccontarmi le sue sventure, di come era quasi sul lastrico a causa del divorzio dalla sua ex moglie e che fra qualche mese avrebbe dovuto chiudere il bar, per i debiti contratti con banche ed a usurai, (non riuscendo a fare una distinzione fra gli uni e gli altri).
Io, evitai di raccontare come a me fosse andata meglio, dopo la birra, con una banale scusa mi alzai e con piacere lasciai quel locale che ormai da tempo non era più quello che avevo conosciuto. La prima tappa del mio viaggio nel tempo, era stata veramente disastrosa, ma feci di tutto per non pensarci.
Finalmente arrivò il sabato, e dato che avevamo fatto due rientri settimanali, avevamo finito le lezioni il venerdì pomeriggio ed avevamo sia il sabato che la domenica liberi, sino alle 08,00 del lunedì successivo.
Erano le 07,30, il sole picchiava forte come era solitamente fare nel mese di marzo in quella regione, feci in fretta il biglietto del ferryboat e imbarcato, iniziò la navigazione per la volta di Palau, che mi parve molto più lunga di quando effettivamente non fosse. Durante quel tragitto, anche se ero molto emozionato ed era una bella giornata di sole, che dava a quelle acque dei riverberi indescrivibili per la loro bellezza, non riuscivo a scacciare dalla mente l’incontro con Peppe o con quello che ne era rimasto, non potendo fare a meno di pensare quale sensazione avessi provato; se, anche a Santa Teresa di Gallura avessi fatto incontri di quel tipo, annebbiando quello che doveva essere il mio viaggio nel tempo. Mentre ero immerso mio malgrado in quei tetri pensieri, venni destato dai salti di alcuni delfini, che gioiosamente guizzavano ai lati del ferryboat e in quel modo riuscii a scacciare quei pensieri.
Sbarcato a Palau, dovetti aspettare circa un’ora prima che il pullman per Santa Teresa partisse, durante l’attesa mi recai ad un vicino bar ed ordinai due bottiglie di birra “Ichnusa” da portare via, una birra in voga nell’isola, uscii con le bottiglie in mano e fissando il mare iniziai a sorseggiare quella gelida bevanda, evitando di pensare quale poteva essere stata la disposizione dei locali vent’anni prima. Finita la birra nel frattempo era arrivato il mio “pullman del tempo”, salii a bordo e mi sistemai in un posto vicino al finestrino. Appena in movimento, aprii l’altra bottiglia ed incominciai a sorseggiarla, provando sollievo per la frescura che questa mi dava. L’essermi sistemato, vicino al finestrino non si rivelò una buona idea, perché, ogni volta che guardavo fuori e riconoscevo un luogo, questo era totalmente diverso, da come l’ho ricordavo. Quel viaggio, stava prendendo una piega che non avevo previsto e che non mi piaceva per niente, inoltre, l’immagine e le parole di Peppe continuavano a martellarmi in testa in maniera incessante, neanche la birra che avevo quasi finito, mi dava più sollievo. Erano trascorsi quasi trenta minuti dalla partenza e in lontananza si delineava, quello che vent’anni prima era stato l’incrocio che conduceva al porto dove vi era un chiosco che preparava dei frutti di mare in maniera sublime. Poco prima dell’incrocio, il pullman rallentò e svoltò per il porto; una donna che mi era seduta accanto, notando la mia sorpresa, mi disse che era da qualche mese che il pullman faceva una prima sosta al porto, poi andava in paese e dopo aver fatto una sosta di circa quindici minuti, ripassava per il porto per poi proseguire per Palau. A quelle parole, ebbi una rivelazione, capii che se fossi arrivato sino in paese, avrei per sempre rotto la mia “macchina del tempo”, in un lampo guardai la strada e mi resi conto che eravamo quasi arrivati alla fermata del porto, l’autista guardava nel retrovisore interno, per adocchiare se qualche passeggero si era preparato a scendere, io con un gesto fulmineo gli feci cenno, questo rallentò e aperta la bussola in tutta fretta scesi. Avevo bisogno di riflettere sul da farsi. Cosa meglio di un bel piatto di ricci crudi, piatto forte di Mario il titolare del piccolo chiosco.
Mi girai attorno e non vidi nessun chiosco, anche se in cuor mio l’avevo immaginato, andai verso le banchine del porto ed il bel panorama che si vedeva un tempo, guardando in direzione della Corsica, era stato deturpato da ville sontuose immerse, (per così dire, se di immersione si può parlare) in quel poco di macchia mediterranea che era rimasta. Tornai indietro con l’animo sempre più cupo e notai qualcosa che mi era sfuggita prima, forse volontariamente. Al posto del chiosco di Mario, vi era un bar dal quale proveniva una forte musica “tecno” e un tanfo di olio fritto stantio, con un’insegna raffigurante panini farciti con Wurstel e abbondanti salse variopinte che fuoriuscivano e vari hamburger, corredati da una foglia di lattuga ed irrorate con le stesse salse del primo, il tutto in un letto di patatine fritte. Mi resi conto immediatamente, che quel sogno si stava trasformando in un terribile incubo. Prima Peppe, uno dei ragazzi più in gamba della vecchia compagnia, ridotto in quella maniera, poi, il fatto che la gente che veniva a Santa Teresa o ancor peggio la gente del luogo, preferivano hot “dog ed hamburger” ai deliziosi frutti di mare del mitico Mario. Ancora immerso in quei pensieri, le mie nari vennero offese da un forte olezzo inconfondibile, quello classico delle persone che da tanto tempo non usavano né acqua né sapone, mi girai ed ebbi la conferma di quanto avevo sospettato, davanti a me, stava quello che rimaneva di un uomo sulla quarantina, con sguardo spento e con voce quasi meccanica, mi domandò se avessi qualche spicciolo. Mentre mi frugavo nelle tasche, notai che questi mi guardò fisso negli occhi e immediatamente, lo sguardo spento repentinamente si accese in uno sguardo misto di terrore e vergogna. Facendomi cenno con la mano che non voleva nulla, in fretta si allontanò. Rimasi inebetito per qualche istante con una moneta da un euro in mano, ma subito dopo iniziava a delinearsi nella mia mente, non più quel viso lercio ma un viso da i lineamenti gentili, e un ragazzo con il quale vent’anni prima avevo trascorso delle belle serate in compagnia di altri amici. Feci per seguirlo, ma qualcosa nel mio animo mi fermò. Ormai, avevo capito che la “macchina del tempo” si era rotta e se fossi andato avanti, avrei spezzato per sempre quei bei ricordi, quelle grigliate di notte sulla spiaggia con chitarre e falò.
Fermo in mezzo alla strada, vidi la mia immagine riflessa nella vetrina di quel troppo moderno bar e questa volta più che quando mi vidi riflesso in aula della scuola allievi, notai che anch’io, non avevo più nulla a che vedere con quel ventitreenne che vent’anni prima aveva mangiato ricci crudi al porto ed aveva prestato servizio in quel paese. Il mio agognato ritorno al passato, mi avrebbe soltanto rubato i miei ricordi. In lontananza, vidi il pullman che mi aveva portato in quel luogo che stava ripartendo per la volta di Palau; senza esitare, feci cenno con la mano e salii. Questa volta, presi posto in maniera tale da non vedere il paesaggio e per tutta la durata del viaggio non mi voltai, non volevo che nella mia mente altri ricordi potessero andare perduti.
Ritornai in fretta a La Maddalena, appena sceso dal ferryboat, andai su un bar, presi una birra ed un tramezzino e mi sedetti su una bitta di ormeggio al porto, in maniera da poter vedere in lontananza Santa Teresa di Gallura.
Da quella postazione ritornava ad essere quello che negli anni si era impresso nella mia mente, addentai il tramezzino, mandai giù un sorso di birra che ritornò a darmi piacevoli sensazioni e pensai a mia moglie che fra qualche settimana sarebbe venuta a trovarmi. Avendo la certezza che i miei ricordi erano salvi e che il mio futuro mi avrebbe riservato piacevoli emozioni. Presi il cellulare, composi il suo numero e quando rispose gli dissi “Ti amo”.


Gaetano GULISANO
Powered By Blogger