martedì 23 settembre 2008

Voglia di Vita


Voglia di vita


Guerrieri
che la guerra aborre,
senz’arme combattono
sovrumane forze.

Alleati,
solo all’umano senno
lottano senza muover
membra.

In un letto,
inermi e mai stanchi
di adorare la vita,
lottano contro
la letale crudeltà
dell’indifferenza.

Al capezzale,
mogli, mariti, padri,
madri e figli,
ricaricano le munizioni
della flebile speranza.

La “sla” l’implacabile nemico,
la ricerca l’unica arma,
l’amore per la vita
il campo di battaglia,
l’indifferenza
l’immane sconfitta.


Gaetano GULISANO

sabato 20 settembre 2008

Importante "sla": UN PUGNO ALLO STOMACO"

http://imuliniavento.splinder.com/
Nessuno, osa o vuole parlare della "sla". Una malattia per la quale non esistono cure. Ma non voglio parlare di questo, perché Piera nel suo blog lo ha fatto in maniera esaustiva.
Vorrei, poter sensibilizzare le coscienze di chi non fa abbastanza per aiutare la ricerca. La ricerca è l'unica arma per sconfiggerla. E, se non ci sono cure, vuol dire che non si fa abbastanza e, non per demerito dei ricercatori che, operano in condizioni precarie, ma io credo per i scarsi finanziamenti che a questa si danno.
Inoltre, credo che le famiglie e gli ammalati, siano lasciati soli alle proprie angosce, proprio da quelle persone che, dicono di volerli aiutare (Le Istituzioni). Ed altro argomento, non meno importante e fastidioso, in quanto in se odioso è il fatto che nessuno vuole affrontare il cosiddetto "accanimento terapeutico".
Chi, dei più credenti, in coscienza, se la sente di condannare PierGiorgio Welbi o il suo medico? Io NO.
Indubbiamente, per la nostra costituzione è un reato, perché "la vita non è un bene disponibile" e, come tale non possiamo decidere di porvi fine.
Ma io, ho provato cosa vuol dire stare disteso "e non immobilizzato" in un letto di ospedale, dove per quattro mesi, ho svolto tutte le funzioni che l'essere umano svolge senza mai alzarmi. Vi assicuro che non è una bella esperienza. Dunque non riesco ad immaginare quale atrocità debba essere quella della quale stiamo parlando.
Una lode a Piera.
Gaetano.

giovedì 18 settembre 2008

LUCIDA MENTE


LUCIDA MENTE

Lucida mente,
dentro un corpo inerme,
un fisico che non e più un fisico,
muscoli inermi nervi inerti.

Lucida mente,
reclama il senso della non vita,
esigi che ti sia accordata
la non morte,
mentre sei obbligata a patire
quella morte atroce
che è l’obbligo di vivere
in un inutile contenitore.

Lucida mente,
che con vigore combatti
con le sole armi
della tua volontà di vivere,
di vivere una dignitosa vita,
di morire una decorosa morte.

Lucida mente,
cessa quelle atroci sofferenze,
concedi quella dignità di uomo,
oscurati, stacca quella spina,
che i miei pari nel nome
di una falsa umanità
si ostinano a non strappare

Buon Dio,
infondi lucidità in quelle menti
che in nome della
tua misericordia
ora negano la vera
carità.

Lucida mente,
dona tu quella dignità di uomo
che gli uomini negano.

Gaetano GULISANO

martedì 16 settembre 2008

VIA FANI







Cosa è il terrorismo?
Quale terrorismo, quello di destra? Quello di sinistra? Quello islamico? Quello internazionale?
No, io credo (forse sbagliando), che al terrorismo non si possa dare nessuna di queste definizioni.
L'unica definizione che riesco a dare è: efferati crimini, commessi da vigliacchi criminali, che inconsciamente, vergognandosi del loro essere violenti, mascherano ed accettano la loro barbarie, nascondendosi, dietro degli ideali che loro stessi sono consapevoli di non avere.
Questo è ciò che io credo sia il terrorismo!
VIA FANI

Giovani protestano invocando
un mondo migliore,
giovani protestano
contro la guerra
inneggiando alla pace.

Giovani protestano
imbracciando mitra e pistole
per darci un mondo di pace
per darci un mondo migliore.

Giovani protestano
uccidendo altri giovani,
per darci un mondo di pace
per darci un mondo migliore.

Giovani protestano
rapendo Aldo Moro,
barbaramente uccidendo
la sua scorta in via Fani,
per darci un mondo di pace
per darci un mondo migliore.

Giovani protestano
uccidendo Aldo Moro
e lasciandolo in via Caetani,
per darci un mondo di pace
per darci un mondo migliore.

La violenza mascherata da ideale
è la fertile madre di ogni male.

(per non dimenticare quel triste 16 marzo del1978
e tutte le altre tristi date come Bologna ecc... )



Gaetano GULISANO

domenica 14 settembre 2008

BIMBI

Quale forza è più grande ed invincibile, se non quella dell'innocenza che gli occhi dei bimbi sanno sprigionare?
Quale emozione è più forte, se non quella che la limpidità e la genuinità delle loro domande riescono a destare?
Quale insegnamento è più importante se non quello che i bimbi da inconsapevoli maestri riescono a darci?
I miei due nipotini Matteo e Noemi, mi hanno fatto conoscere quella forza e quell'emozione.
Io come un attento allievo continuerò ad apprendere i loro insegnamenti.
“BIMBI”

Interrogativi e
ingenui occhi
mi scrutano,
lasciando trasparire
tutta la purezza
della loro
netta anima.

Gioiosi sguardi
mi invitano
ad infantili giochi,
svaghi che credevo
persi nei meandri
più reconditi
della mia
sopita anima.

Come un paziente allievo,
ascolto la vostra anima
che attraverso
i vostri gai occhi,
al pari d’un vecchio
e saggio maestro,
mi infondono
la conoscenza
della vera innocenza.

Gioiosamente
turbato da tanta
schietta semplicità,
per la prima volta
mi trovo a scoprire
la vera essenza della vita.

(Ai miei due nipotini Matteo e Noemi)

Gaetano GULISANO

giovedì 11 settembre 2008

Prigionieri







"PRIGIONIERI"

Ignari prigionieri
di evanescenti gabbie,
trasciniamo inconsapevoli
la nostra quotidianità,
il peso dei nostri affanni.

Involontari detenuti del fato,
durante l’interminabile ora d’aria
che ci è concessa,
sperperiamo le nostre vite
in inutili angosce.

Ingannati
dalle nostre stesse esistenze,
imbrogliati
dai nostri stessi vezzi,
illusi
dalla nostra fallace volontà.

Mentre potremmo vivere
una vita libera
dalle nostre prigioni,
se solo riuscissimo
ad Amarla.

Gaetano GULISANO

lunedì 30 giugno 2008

Vacanza

Cari amici blogger, se vi capitasse di passare per questo blog e, leggendo ciò che scrivo vi verrà voglia di postare un commento fatelo pure, anzi vi invito a farlo; ma fino a settembre non aspettatevi risposte, perché da oggi e sino alla fine di Agosto, non avrò la disponibilità di internet, in quanto vado al fresco e come si vede dalla foto non in galera.
Mi mancheranno le belle poesie di Cristina bove, di Eleonora Ruffo Giordani, di Glò, di Bit, i racconti di Renzo Montagnoli, Barbara Garlaschelli, i noire di Enrico Gregori e, l’impegno sociale nei suoi post di Milva e tanti altri che giornalmente leggo.
Un saluto a tutti.
Gaetano.

Le scale o l'ascensore?


Questo racconto per partecipare al gioco narrativo ordito da Barbara Garlaschelli & Enrico Gregori su di un brano a tema
http://barbara-garlaschelli.splinder.com/
Questa volta la parola chiave suggerita da Cristina Bove è "Ascensore".
“Le scale o l’ascensore?”

Il sole era ancora alto nel cielo e l’afa di luglio era insopportabile, il vento che veniva dal mare, portava solo il caldo e la sabbia del deserto Africano che dalla Sicilia, non è poi così lontano. Giovanni, impiegato alle poste del paese, seduto sulla sedia a rotelle, che ormai da cinque anni era la sua perpetua tortura, stava rientrando a casa, grondate di sudore sia per l’afa sia per la calura, ma soprattutto, per il continuo saliscendi dai marciapiedi, a causa della mancanza di rampe per i disabili e ad ogni saliscendi, lanciava maledizioni nuove all’assessore comunale che avrebbe dovuto farle installare, il quale, abitava nel suo stesso palazzo.
Finalmente, dopo circa un’ ora di maledizioni, arrivato all’ingresso del palazzo, si avvia verso l’ascensore, che naturalmente funzionava a singhiozzo, come la maggior parte dei servizi di quel paese e, quel giorno, il singhiozzo era perpetuo, con l’odiosa scritta sulla porta metallica arrugginita: “FUORI SERVIZIO” .
Armatosi di pazienza, dopo le imprecazioni di rito e le maledizioni all’assessore che, fra l’altro era anche l’amministratore condominiale dello stabile, Giovanni, bussò alla porta di Salvatore, suo amico e condomino al piano terra, il quale ogni volta che l’ascensore non funzionava, cosa che accadeva spesso, armandosi di pazienza ed imprecando anch’esso contro l’amministratore, lo accompagnava al terzo piano dove risiedeva.
-Grazie mille Salvatore, entra ti offro qualcosa di fresco- disse Giovanni mentre infilava la chiave nella toppa.
-Ti ringrazio, ma vado al piano di sopra da quel gran cornuto dell’amministratore a cantargliene quattro- disse Salvatore.
-Ciao Salvatore e salutami sua moglie- disse con un ghigno sarcastico, ghigno subito ricambiato da Salvatore.
L’amministratore, cornuto lo era sul serio ed anche tirchio, per quel motivo la moglie si era trovata vari amanti.
L’essere cornuto, dato che ne era al corrente, in caso contrario sarebbe stato l’unico nel paese a non esserlo, gli stava bene, perché risparmiava denaro e fatica.
Dopo circa un’ ora che Giovanni era in casa, sentì suonare il campanello della porta con ripetuta insistenza.
Andando ad aprire la porta, comparve Salvatore al quanto scosso e con la fronte imperlata di sudore.
-Entra Salvatore, cosa è successo?-
- Giovanni, l’amministratore ha avuto un incidente la settimana scorsa ed ha perso l’uso delle gambe, oggi, tornerà a casa. -
- Ecco perché sono giorni che non si fa vedere- replicò Giovanni.
Mentre i due commentavano sconvolti la notizia, si sentì la sirena dell’autoambulanza che accompagnava l’amministratore a casa.
Affacciatisi sul pianerottolo, videro l’amministratore seduto sopra la sedia a rotelle portato a braccia dagli infermieri, che imprecavano contro l’amministratore (ignari di chi fosse l’amministratore di quel palazzo). Appena giunto a poca distanza dai due che lo guardavano con stupore, l’amministratore, come colto da improvvisa furia iniziò a gridare contro Giovanni:
-Sarai contento adesso, che sono storpio come te?-
Giovanni, anche se risentito non volle rispondere, ed insieme a Salvatore, rientrò in casa.
Qualche giorno dopo, tramite l’interessamento dell’amministratore che era anche assessore al comune, nel palazzo, iniziarono i lavori di ristrutturazione dell’ascensore, con l’adeguamento per le sedie a rotelle, a spese del comune, cosa al quanto insolita per uno stabile privato..
Sia Giovanni che Salvatore, anche se contenti per i lavori che, procedevano con una celerità fuori dalla norma, si domandavano perché non erano stati cambiati i cavi d’acciaio che avevano più di cinquant’anni e, piuttosto che un adeguamento, il comune non aveva provveduto ad un nuovo ascensore?
Ultimati i lavori nel giro di pochi giorni, l’ascensore funzionava regolarmente, anche se con dei rumori sospetti e sinistri, tanto che spesso Salvatore si offriva volontariamente di accompagnare Giovanni per le scale, in quanto diffidava dell’ascensore, mentre l’amministratore, fiero del suo ascensore lo utilizzava come se ne fosse il legittimo proprietario.
Un giorno, mentre Salvatore si trovava nell’appartamento di Giovanni, ed i due amici si rinfrescavano la gola con una granita ai gelsi neri, nella tromba delle scale, si udì un rumore assordante. Salvatore temendo un terremoto, prese in braccio Giovanni e si precipitò fuori nelle scale, ma appena fuori, ancora con Giovanni in braccio, vide i cavi spezzati dell’ascensore, l’ascensore con i vetri rotti, le grate in metallo arrugginito vicino al vecchio portone d’ingresso e le porte in legno frantumate in mille schegge sull’atrio.
Corse subito a mettere Giovanni sulla sedia a rotelle e, si precipitò giù per le scale con un cupo presentimento nel cuore.
Appena al piano terra, vide una chiazza di sangue che usciva da quel che restava dell’ascensore, che si allargava sempre più.
Nel frattempo, si era radunata una folla di curiosi, accorsi per il forte boato provocato dall’ascensore impattato al suolo.
Salvatore, spostando legni e lamiere, vide il corpo ormai cadavere dell’amministratore.
Dopo qualche mese, mentre Salvatore e Giovanni, si gustavano una limonata, al bar della piazza centrale, dal telegiornale Regionale, giungeva la notizia che erano stati inquisiti e rinviati a giudizio alcuni assessori comunali per peculato, corruzione ed altri reati contro la pubblica amministrazione e conseguente sequestro di beni mobili e immobili.
Senza tanta sorpresa, i due amici, appresero che fra queste brave persone, vi era anche il nome del loro estinto amministratore di condominio, nonché assessore al comune.
-Così ladro e tirchio che ha risparmiato sulla propria vita, ecco perché non aveva fatto cambiare i cavi dell’ascensore, per finire di costruirsi la villa al mare- disse Giovanni.
-Adesso, chissà se avrà preso l’ascensore per salire al paradiso o scendere all’inferno?- replicò Salvatore.
-Non saprei, ma quell’ascensore non è mai fuori servizio-
-Hai perfettamente ragione Giovanni.-
-Salvatore, sai cosa penso?
Che il vero dubbio, non è essere o non essere, ma le scale o l’ascensore?

Gaetano GULISANO

sabato 28 giugno 2008

Sogno



“Sogno?”

Sporto dal varco
della mia anima
guardo immagini
senza contorni,
forme offuscate
da una nebbia di pensieri.

Sogno di sognare
questa reale realtà,
stando sveglio
in un sonno cosciente.

Sogno di svegliarmi
dal mio torpore,
dando il contorno
alle nostre
appannate vite,
dissolvendo
quella fitta nebbia.

Mi sveglio e non riesco
a dissolvere quella
fitta nebbia,
non riesco a ridare
il contorno alle forme,
non riesco a distinguere
il reale sogno
dalla sognata realtà.

Gaetano GULISANO



venerdì 27 giugno 2008

Fluttuanti pensieri


“Fluttuanti pensieri”

Fluttuanti pensieri
vagano nelle
paludi dell’anima,
avvolti dal sinistro
stridio del vento.

Tentando invano di sfuggire
ai propri infausti ricordi,
tra quelle nebbie
di arcani sensi
disperati cercano
l’anelato oblio.

Fumanti draghi,
orribili mostri,
arcane fiere,
fra quei fumanti e
nauseabondi pantani,
prendono malvagiamente
forma.

Ed ancora ti aspetterò
dolce pensiero
che amabilmente mi sorriderai,
che con veemenza
scaccerai quelle orride chimere,
che sapientemente
trasformerai
quell’orrendo Tartaro
nei campi elisi,
dove sereni i miei pensieri,
dolcemente fluttueranno.

Gaetano GULISANO

mercoledì 25 giugno 2008

GAETANO: Trinacria

GAETANO: Trinacria

Madre



“Madre”

Vedo ancora
terribili mostri
che nel buio
prendono forma,
e tu, temibile
condottiera
sempre pronta
a sconfiggerli.

Vedo ancora
avanzare livide armate,
pronte a rapirmi
dal tuo caldo abbraccio,
pronte a straziare
la mia innocente anima,
pronte a strapparmi
il mio palpitante cuore,
e tu, come i temibili uomini
del re Leonida,
eri il mio forte
e robusto scudo.

Ora che sconfitte
quelle livide armate,
ed altre maligne flotte
cercheranno di rapire
quel che resta della
mia innocente anima,
il ricordo del tuo sorriso
sarà il mio forte
e possente scudo.


Gaetano GULISANO

lunedì 23 giugno 2008

Amore mio














“AMORE MIO”

Camminavo nell’oscurità
scambiandola per vivida luce,
annaspavo in fangose paludi
confondendole per netti lidi.

Ora innanzi a questa corvina chioma
l’oscurità mi appare tenebra,
il puzzo di quelle fangose paludi
mi offende le nari.

Ora innanzi a questi grandi occhi
cessa la mia cecità,
vedo il livore della mia passata,
vuota e inutile vita.

Ora innanzi a te amore mio
risorgo alla vera vita,
non più una solitaria e vuota esistenza
ma una vita piena di noi.

(A mia moglie Annabella)


Gaetano GULISANO

Nuova Vita


“Nuova Vita”

Ulivi carichi
dei loro verdi frutti,
pazienti aspettano
aggrappate al
vecchio albero,
la terra oppressa
da sterili erbacce,
trepidante attende
il forte aratro,
il seme sepolto
nella fertile terra,
ansioso attende
la fresca acqua.

Io come quei vecchi ulivi
trepidante ti attendo,
io come quella nuda terra
impaziente ti aspetto,
io come quell’ansioso seme,
irrequieto indugio.

Per dissetami felice
alla fonte del tuo amore,
e poter germogliare
a nuova vita.

Gaetano GULISANO

sabato 21 giugno 2008

Trebbiatura


“Trebbiatura”

Dorate spighe
fluttuano al vento,
come il ballo
di soavi fanciulle.

Pregne dei loro
farinacei frutti
nella loro trepidante
danza,
d’esser raccolte
con impazienza attendono.

Come se queste
con arcana
consapevolezza,
attendessero
quel’infausto mostro,
che con veemenza
le strapperà alla terra.

Continueranno felici
nella loro danza,
perché dalla loro fine
continuerà la vita.

Gaetano GULISANO

mercoledì 18 giugno 2008

Mio Padre

“Mio Padre”

Ho ammirato un uomo
per la sua forza,
ho amato quell’uomo
per la sua dolcezza,
l’ho stimato per la sua
intelligenza.

Ho combattuto quell’uomo
per la mia stoltezza,
per non aver compreso
quanto l’amavo,
per non aver
capito quanto mi amava.

L’ho ancora venerato,
per come sbeffeggiava
il suo morbo,
per come lo combatteva,
per il suo modo di amare la vita.

Ho amato quell’uomo
in tutte le sue versioni
e sempre continuerò ad amare
mio padre.


Gaetano GULISANO

martedì 17 giugno 2008

L'anima del poeta




“L’anima del poeta”

Brulli paesaggi nella mia mente
prendono impetuosamente forma,
si delineano come astuti predoni
dietro le dune del deserto.

Soggiogato dai miei pensieri,
mi lascio trasportare sulle
veementi onde delle mie angosce,
depredato dei miei sogni
da brutali e selvaggi pirati,
incarcerato nel mio essere
da astuti e maligni aguzzini.

Guardo dentro la tua anima
e vedo quei deserti diventare
folte e rigogliose foreste,
quelle onde impetuose diventare
calmi e rassicuranti dondoli,
quei brutali carcerieri
saggi e fidi consiglieri.

Penso all’influsso della tua vita
e non ho più paura
dell’irruenza della morte,
penso alla violenza della morte
e vedo l’anima immortale
del poeta che calma la sbeffeggia.

Gaetano GULISANO

lunedì 16 giugno 2008

Martiri dell'estate







“Martiri dell'estate”

Gli alberi, si sono già spogliati
del bruno colore dell’inverno,
vestendosi del verde manto
della primavera.

Il polline, inonda l’aria,
trasportando starnuti e nuovi sogni
lungo le vie,
imbiancandole come una calda
nevicata estiva.

Le menti, viaggeranno
per caldi ed esotici luoghi
dalle bianche spiagge,
per freschi ed imponenti
paesaggi montuosi,
per calmi ed assolati laghi,
per la nuova e tanto
attesa estate.

E ancora una volta,
sentirò il disperato guaire
di quegli animali,
vittime delle vacanze
e di quei bastardi senza scrupoli,
che indifferenti li abbandoneranno.


Gaetano GULISANO

sabato 14 giugno 2008

La dignità



L'Italia, nella sua costituzione ripudia la Guerra ecc... ecc...
Allora, perché a Molfetta, a Torino, a Porto Marghera, a Mineo…
ed in tante altre parti d'Italia, si continua a morire come nei campi di battaglia?
perché uomini e donne sono costretti a combattere una guerra che non vogliono combattere?
perché si deve morire di lavoro?
perché si deve morire per avere un lavoro?
l'Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro!?
“LA DIGNITA’”

Oggi ho perso la dignità
perché ho abbandonato
un mio fratello
alle sue angosce.

Oggi ho perso la dignità
perché l’ho lasciato solo
con le sue incertezze.

Oggi ho perso la dignità
Perché gli ho detto
che la precarietà sul lavoro
sarebbe stata flessibilità.

Oggi ho perso la dignità
perché gli ho fatto credere
che avrebbe potuto vivere
da uomo libero,
libero dall’angoscia
di perdere il lavoro.

Oggi ho perso la dignità
perché un mio fratello ha temuto
di non poter più dare ai suoi cari
la dignità.

Oggi ho perso la dignità
Perché un mio fratello si è ucciso
credendo di aver perso
la dignità.

( A Luigi Roca che si è tolto la vita dopo aver perso il lavoro e che con queste parole
ha salutato per sempre sua moglie:
"Ho perso il lavoro e con quello la dignità. Scusami")

Gaetano GULISANO

venerdì 13 giugno 2008

Vero Amore











Vero Amore

Scruto assopito
l’immensità del cielo
e penso al miracolo della vita,
al germoglio che dentro
il grembo materno
pazientemente sboccia.

Osservo incantato
l’imponenza delle montagne
e penso al vigore,
alla veemenza, al fervore
di quei genitori
che cureranno
quel tenero germoglio,
difendendolo
da ogni orribile drago.

Guardo rapito
l’incessante scorrere
del fiume e penso a
quel dono divino,
che con un semplice vagito,
un singolo sguardo,
un flebile suono,
è capace di ridestare
immani e sopite emozioni.

Fisso meravigliato
l’intensità del fuoco, e vedo
quell’amore tanto grande,
quell’amore tanto puro,
quell’amore vero Amore.

Gaetano Gulisano

mercoledì 11 giugno 2008

Gelsi Bianchi




“Gelsi Bianchi”

Gelsi bianchi giacciono
sparsi su un letto di foglie,
calpestati dal tempo,
ripudiati dal proprio albero,
punti da uccelli,
che non osano più volare.

Guardo inerte quell’albero
e triste osservo quei
frutti inariditi,
spogliati del loro succoso nettare,
macchiati nel loro candido manto,
offesi da chi,
non ha saputo cogliere
la loro invitante fragranza.

Quell’albero che era mio,
quell’albero ormai spoglio
dei suoi succosi frutti,
ma sempre verde dei
miei gai ricordi.

Quell’albero che nessuna
ascia potrà mai abbattere,
che nessuna sega potrai mai tagliare,
che nessun uragano potrà mai sradicare.

Quell’albero che rigoglioso
dentro la mia anima,
continuerà a fiorire
dolci e succosi gelsi bianchi.


Gaetano GULISANO

martedì 10 giugno 2008

Terra


“Terra”

Alberi piegati
dalla veemenza di Eolo,
rocce scavate
dalla mano di Chrono,
genti forgiate
dallo scaltro Prometeo.

Profumi dei frutti
dell’impetuoso Posidone,
eterei colori dell’immenso Urano,
eternamente sorretto
da Atlante titano,
Fertile imponenza
della madre Gea.

Questo è il mondo
che salendo sul monte Olimpo,
chiedendo clemenza
al possente Zeus
vorrei poter vedere.

E infine dall’Ade,
dopo aver onorato
la regina Persefone
o sui campi Elisi
o dal buio Tartaro
continuerei a bearmi.

Gaetano GULISANO

domenica 8 giugno 2008

Musica


"MUSICA”

Leggera come
una calma carezza
soave al pari di una
dolce brezza
è la sonante nota
che l’aere accarezza.

Sia il nobile violino
che l’abbia concepita
o dal febbrile liuto
sia questa rapita
o figliata ancora
dall’umano strumento
nell’anima infonde
un dolce turbamento.

Così le note lente
fluttuano danzando
formando un gioviale
e allegro girotondo.

Quanta beltà rimanda
quell’armonia di suoni
che come amanti ondeggiano
stringendosi vicini.

Da questi eterei toni
l’alma cinger si lascia
come l’infante avvolgersi
vuol nella linda fascia.

Quale possente nume
possa aver tanto lume
Per poter dar l’essenza
a questa dolce danza.

Ne creatura arcana
ne nume ne è il creatore
di questi dolci suoni
che arrivan fino cuore.

Le intense emozioni
che destan questi suoni
altro esse non sono
che umane creazioni.

Questa soave danza
di dolci i vibrazioni
gli umani la noman
musica, ossia
l’arte dei suoni.


Gaetano GULISANO

venerdì 6 giugno 2008

Il Treno













“IL TRENO”

Giorni trascorrono frettolosi
mentre io fermo,
in questo mio stato di
inconsapevole torpore,
li scruto, come la corsa
folle di un treno.

Giorni di immane ansia,
giorni di trepida attesa,
giorni di inquieta speranza.

Speranza sempre più flebile
speranza sempre più fioca,
speranza sempre più sommessa,
di riuscire a fermare
e prendere quel folle treno.

Giorni in cui le passate gioie,
le trascorse ilarità,
le vissute spensieratezze,
nella mia mente si annebbiano.

Come un lontano sogno mai sognato,
come un passato mai passato,
come una vita mai vissuta.

Ma poi, con il mio bagaglio di ricordi,
di speranza e di fede,
mi ridesto da quel folle torpore.

Mi ritrovo passeggero
senza biglietto su quel folle treno,
allora, ringraziando quell’arcano
controllore, pago in silenzio
la mia ammenda.


Gaetano GULISANO

Vita


“VIVERE”

Vivere,
in questo folle mondo
senza mai esser vissuti.

Esistere,
nei nostri arcani sogni
senza mai essere esistiti.

Essere,
le persone che crediamo
senza mai esserlo stati.

Morire,
sperando in una nuova vita
che non sia più morta
dell’a prima vita.

Perire,
temendo l’ignoto di
un mondo oscuro,
restando attaccati
alla nostra esistenza.

Spegnersi,
come la fiammella
di una candela,
cercando l’ultimo
residuo di cera,
per brillare ancora
un istante di fioca luce.

Morire senza mai esser vissuti
è come vivere senza mai essere nati


Gaetano GULISANO

giovedì 5 giugno 2008

I Vecchi





“I VECCHI”

Sorgenti di ricordi senza meta errano
ad esili bastoni appoggiati vanno.

Incurvati dal peso di antiche memorie
fra la nostra indifferenza
inosservati passano.

La nostra storia in essi vi è riposta,
chi siamo stati è quello saremo,
ad ogni domanda
hanno sempre una risposta.

Perché, allora tanto stolti siamo
e a lor cospetto sì ingrati ci mostriamo?
Dopo che liberati da quel tiranno infame
or delle pace noi non gli diamo speme.

Povere anime che ci scrutan tristi
e quasi infastiditi siamo noi da questi
per i loro consigli e i loro buffi gesti.

Poveri vecchi ancora oltraggiati
Pur della dignità li abbiamo noi privati,
dopo una vita di duro lavoro
arriva la più grande delusione,
neghiamo a loro la giusta pensione.

Di offenderli ancor paghi noi non siamo
come degli appestati li trattiamo
dandogli ancor tanti supplizi
chiudendoli in dorati ospizi.

Nonostante questi immani insulti
che a i nostri vecchi
profferiamo oh stolti,
nell’abbracciar quei corpi sì vermigli
con amore questi ancor
ci noman “Figli”.



Gaetano GULISANO

Speranza di Vita


“SPERANZA di VITA”

Nonostante i potenti
cercheranno di avere ragione
sui deboli,
Sole domani splendi.

Nonostante i malvagi
Brameranno la ragione sui giusti,
Febo impugna le redini
dei tuoi destrieri.

Nonostante domani
in Tibet i diritti umani
saranno vilmente calpestati,
giorno sostituisciti alla notte.

Nonostante in Africa domani
la parola futuro
continuerà ad essere
un’inutile parola senza senso
vita scambiati alla morte.

Fino a quando daremo speranza alla vita
ci sarà sempre una vita di speranza.

La speranza, non potrà mai essere
oscurata dalla notte fino a quando
il divino Febo, non permetterà
all’incauto Fetonte di bruciare la terra.



Gaetano GULISANO


mercoledì 4 giugno 2008

Vetro Soffiato

Nell'isola di Murano, poco distante da Venezia, negli anni quaranta, un bambino di otto anni per voglia o per forza entra in una fornace per iniziare a lavorare (cosa comune in quegli anni), fino a diventarvi maestro vetraio.
Questo maestro vetraio, potrebbe fare tutto quello che fanno gli altri artigiani, lampadari, Vasi, Cavalli ecc... ma lui, non si accontenta di essere solo un bravo artigiano, lui vuole passare quel confine che separa l'artigiano dall'artista.
Il nostro artista, fa rivivere antiche civiltà, tramite la sua arte ricreando quegli ornamenti che furono dei Greci, dei Romani e dei Fenici.
Il nostro maestro vetraio, inconsapevolmente, ha raggiunto l'immortalità, perché la vera immortalità, non risiede nel preservare nel tempo il proprio corpo, ma nel preservare il proprio ricordo e le proprie opere nelle menti degli altri.
“VETRO SOFFIATO”

Infuocato,
al pari delle viscere dell’Ade,
vetro fuso,
come rossa pastura ardente,
dentro a dei crogioli bolle.

Lanciando in aria
chiare scintille,
irrorandolo di una
sinistra luce,
apparir lo fa
un minuscolo e
fiammeggiante lago.

Il maestro vetraio
al pari d’un arcano dio,
immergendo una lunga canna,
estrae da quell’orrido lago la
scarlatta melma.

Come se dovesse portare
in salvo la bella Euridice,
stando attento a non
peccar d’impellenza
come l’impaziente Orfeo.

Appena fuori da
quel ristretto Ade,
quasi beffeggiando
la scura Persefone
come se vi alitasse la vita,
soffiando attraverso
quella lunga canna,
plasma luccicanti
ed eteree forme.

Infine con la fronte imperlata
dal sudore,
contempla felice la sua
creazione,
sapendo che
da quell’immaginario
inferno non è uscito
un terribile demone
ma candido angelo.

(Dedicata alla memoria del maestro vetraio Paolo ROSSI.)

Gaetano GULISANO

lunedì 2 giugno 2008

RICORDI

“RICORDI”

Camminando in punta di piedi
dentro i miei ricordi,
il profumo dei passati giorni,
si spande al pari di una dolce nube,
mossa dall’inesorabile vento
di antiche memorie.

Come un’inebriante aroma,
quella dolce brezza
mi inonda l’anima
di soavi pensieri ,
di gaie emozioni,
di giocosi sensi.

Quasi volessi strappare
dalle fauci del temibile
Kronos il passato,
lo esorto a vomitare
i miei lieti trascorsi.

Questi eseguendo
il mio irreale ordine,
mi circonda del mio
lieto vissuto.

Ma destandomi
dal mio arcano sonno,
in punta di piedi esco
dal mio lieto passato,
felice di avventurarmi
nel mio incerto futuro.


Gaetano GULISANO

domenica 1 giugno 2008

Fotografie




“FOTOGRAFIE”

Con allegra tristezza miro
Giovani e gai visi,
immortalati in vecchie
fotografie ingiallite,
speranze di prospere vite
che nonostante
il passar degli anni
impazienti aspettano.

Fermi in quelle pose,
immobili con quei sorrisi,
immagini irrequiete
aspettano il realizzarsi
di gloriosi sogni.

Visi che fanno a pugni
con l’inesorabile
passar del tempo,
visi che con veemenza
combattono la rassegnazione
di chi quei sogni non ha
saputo sognare.

Visi che mi esortano
a guardare chi ero
visi che ancora
mi spingono a sognare.

Gaetano GULISANO

sabato 24 maggio 2008

Bullismo

E' mio uso, presentare ciò che scrivo (che oso, forse in maniera sacrilega chiamare poesie), con delle immagini inerenti il tema trattato.
Ma questa volta, voglio omettere di inserire qualsiasi immagine, sia per non inserire immagini di pestaggi fra giovani, sia per non inserire immagini di genitori.
Chi è il vero colpevole di questo odioso fenomeno?
La scuola?
La società?
I genitori?
I ragazzi (o presunti tali per non dire bimbi)?
Sicuramente, chi non vuole ascoltare, ha una sua parte di responsabilità,
sicuramente chi non vuole mettere regole, ha una sua parte di responsabilità,
sicuramente gli adulti che, non vogliono essere adulti hanno una parte di responsabilità.
E loro? Questi temuti BULLI, cosa chiedono?
Forse che gli adulti facciano gli adulti
NIENT'ALTRO.
BULLISMO

Figli,
Persi nelle loro stesse anime,
bambini non più bambini,
adolescenti non ancora adolescenti,
devastati da silenziosi rumori
chiedono aiuto
con assordanti silenzi.

Genitori,
adulti mai stati adulti,
ciechi
che non vedono
quell’immane tormento,
sordi
che non odono quei rumorosi
silenzi,
quell’accorato
bisogno di guida, di regole
che a questi
con rumorosi silenzi
reclamano.

Imprigionati
dentro un telefonino,
inconsapevoli schiavi di una feroce
tecnologia,
vittime e carnefici
delle loro stesse vite.

La società,
colpevole
di aver creato i bulli con la sua
indifferenza,
colpevole
di non saper proteggere di questi
le vittime,
colpevole
di non aver fatto diventare adulti
gli adulti.

Gaetano GULISANO

venerdì 23 maggio 2008

Bruciante amore

“BRUCIANTE AMORE”

Al pari della falena che
imperterrita
vola verso la luce
incurante di bruciarsi,
con ardente gioia
senza paura
della cocente fiamma,
ostinato procedo
verso il tuo
caldo amore.

Al pari del fiume che
inarrestabile volge
verso il mare,
travolgendo ogni ostacolo
corro dentro i tuoi
fluidi e lucenti occhi.

Al pari del prode cavaliere che
in sella del suo
fiero destriero
squarcia il cuore
dell’orrendo drago,
con la stessa impetuosità,
amore mio
faccio breccia
nel tuo cuore,
per poter tranquillo
riposare nella tua
ospitale anima.

Al pari dell’araba fenice che
dalle sue ceneri
sempre risorgerà,
adesso amore mio
io brucio nella fiamma
del tuo amore
per eternamente
risorgere in te.

(Alla mia dolce moglie.)


Gaetano GULISANO

Perché?



Quante volte, ci siamo chiesti il perché delle cose e, quante volte ancora ce lo chiederemo, forse senza trovare mai una risposta, ma io penso che l'importante è non smettere mai di chiederselo.
Chi se non Dio, potrebbe risolvere questo quesito, quel Dio che è dentro di noi e che, giornalmente ci fa compiere atti tanto stupefacenti, da farci credere che non siamo stati noi a compierli.
Atti come Amare, avere il coraggio di Lottare, andare sempre Avanti in una parola,
VIVERE.
Perché?”

Gran Dio, Perché
dobbiamo vivere
affannandoci
a costruire,
a creare,
se dopo siamo consapevoli
che arriverà la morte
a distruggere tutto?

Gran Dio, perché
esiste il bello
che tanti sensi di
grazia e di armonia ci desta,
se dopo il brutto
ci infonde orripilanti percezioni
offendendo ciò che bello era?

Gran Dio, perché
il giovane che tanto rigoglio manda,
deve dalla vecchiaia essere vilipeso,
privato del suo vigore,
della sua vitalità?

Gran Dio, perché
la pace che tanta vita rimanda,
deve essere sempre offuscata
dall’inutile ed ignobile guerra,
che strazia e dilania
quell’armonia di vita?

Oh umano,
proprio perché,
l’uomo non smetta mai
di domandarsi il perché!

Gaetano GULISANO

giovedì 22 maggio 2008

Olimpiadi Cinesi







Fra non molto, si terranno queste tanto discusse Olimpiadi in Cina.
C'è, chi dice di boicottarle, ed in un primo momento anch'io ero fra quelli, ma poi, una persona che non ho mai visto, ma che credo di conoscere tramite quello che scrive, mi ha fatto cambiare idea, perché giustamente sarebbe solo servito a spegnere i riflettori su quello che sta accadendo.
Ma mi piacerebbe vedere, gli atleti di tutte le nazioni partecipanti, che in ogni disciplina, questi gareggiassero con un effige del Tibet.
“OLIMPIADI CINESI”

Oh Zeus che al giovane Pelope
ridasti vite nuove,
le mortali genti
ogni quattro anni ti celebrano.
“OLIMPICO GIOVE”.

Con quanta tenacia
giovani fanciulli
e tenere fanciulle
si allenano con coscienza
donando allo sport
la loro adolescenza.

Sudando per potere gareggiare
sotto quei cinque cerchi ,
che simboleggiano le umane genti
che popolano
i cinque continenti,
nel nome
di quell’amichevole rivalità
che unisce i popoli e che con
con corrette competizioni
regalano intense emozioni.

Indottrinati all’onore,
nel’antica arte della scherma;
al rispetto dell’avversario,
nella nobile arte della lotta;
all’eleganza,
nei graziati movimenti
dell’equitazione;
alla pace
nel nome della competizione.

Oggi, questo onore,
questo rispetto,
questa eleganza,
questi simboli di
pace e fratellanza,
offuscate saranno
da chi in Tibet
ha vilmente calpestato
e continua a calpestare
ciò che queste parole
stanno a significare.


Gaetano GULISANO

Sud



“SUD”


Gente rinvigorita dal cocente sole
nelle valli
del mio amato sud.

Gente offesa da quello stesso sole
nelle valli
del mio odiato sud.

Le rigogliose coste
che di Odisseo furono il conforto,
malamente oltraggiate
da quei figli
del mio amaro sud.

Contadini cacciati dalle loro terre
nel falso nome
del moderno sud.

Giovani uccisi nelle fabbriche
per sfuggire allo spettro
dell’antico sud.

Giudici e onesti suoi figli,
ignobilmente uccisi
dal mio feroce sud.

La paura è l’unico male
del mio infamato sud,
l’indignazione è l’unica cura
per il mio ammalato sud.

(Dedicata a tutti quegli uomini
e quelle donne che con grandi gesta
o con piccoli gesti quotidiani,
giornalmente combattono
la più spietata e sanguinaria delle mafie
L’INDIFFERENZA.)


Gaetano GULISANO

La mostra d'arte


“LA MOSTRA D’ARTE”
Il vociare della gente rimbombava come gli echi degli strumenti che si accordano in teatro prima di un concerto, in quell’enorme sala, dai soffitti altissimi, pienamente affrescati che purtroppo non riuscivo a distinguerne il tema, angeli, demoni, in quel groviglio di corpi erano quasi un sol figura, certamente doveva essere una raffigurazione sacra. L’aria era intrisa dell’odore di vecchio, di chiuso, il classico odore dei vecchi quadri chiusi in antiche cornici dorate, quelle opere d’arte prigioniere in bui musei, schiave di sofisticati allarmi, oggi erano gli attori di una antica tragedia greca, con le loro stesse maschere, interpretavano loro stessi, i loro creatori.
Uomini di mezza età distinti, con l’aria interessata e con il fare annoiato, accompagnati da elegantissime e truccatissime signore, la quale età era indecifrabile a causa dei canotti rossi che erano le loro labbra e dal decolté rigonfiato dal silicone. Ostentavano gioielli, come se fossero queste le vere opere d’arte esposte e da ammirare, senza tanto celare il totale disinteresse per i veri oggetti della mostra d’arte. - Filippo - una di queste donne con voce al quanto sostenuta, tanto da farsi sentire anche dalle altre persone che le stavano vicino, ma senza trascendere nell’ineducazione, rivolgendosi a un uomo vestito come il proprio accompagnatore, che doveva essere il marito, che aveva le sembianze di un grosso pinguino appena scampato all’attacco dell’orso polare, - Hai sentito che a questa mostra serviranno del comunissimo salmone, anziché il caviale come gli altri anni? - prima che l’uomo potesse prendere la parola, la sua dama che doveva essere la moglie, anch’essa una buffa e grassa caricatura, ornata di gioielli come un cavallo bardato a festa per trainare i carretti Siciliani, fulminea intervenne - Hai proprio ragione mia cara Adele - questo doveva essere il nome della dama, - Ma guardati intorno, oggi giorno alle mostre fanno entrare chiunque – guardandosi intorno – Il salmone è anche troppo per gente come quella. – Volgendo lo sguardo con gli occhi pesantemente truccati, che la facevano apparire come un vecchio pugile suonato che le aveva appena prese di santa ragione, - Non posso darti torto cara Gilda - questo doveva essere il nome di quest’altra goffa creatura; ed entrambi volgevano nella stessa direzione quel miscuglio di vari cosmetici che erano i loro inespressivi visi.
Volgendomi nella direzione indicata dalle due donne, notavo dei ragazzi e delle ragazze mal vestiti, che con spregio commentavano quei secoli di arte, - Ma guarda bene – ­­­diceva una ragazza che indossava una camicia da uomo in Jeans di due o tre taglie più abbondanti delle sue reali misure, un paio di pantaloni mimetici da uomo, anche questi notevolmente più ampi della sua reale taglia, e con una strana pettinatura intrecciata sul capo che emanava uno sgradevole odore, al ché pensai che dovessero essere diversi giorni che quel crine, era estraneo sia all’acqua sia a qualsiasi tipo di detergente per l’igiene personale. Rivolgendosi ai membri della sua compagnia, anche questi vestiti allo stesso modo, come dei militari pronti per una battaglia, e subito pensai che sia il primo gruppo di persone così buffamente ben vestite, che questi altri completamente diversi, nella loro diversità dovevano essere uguali. – Questa, hanno l’insensatezza di chiamarla arte, sono dei ritratti inespressivi e null’altro! - nonostante fossi sconvolto da simili affermazioni, rimasi ad ascoltare perché ero curioso di sentire cosa avrebbero replicato gli altri ragazzi, anche se non mi sarei stupito della risposta che ne seguì -E’ proprio vero – istantaneamente rispose uno dei ragazzi di quel gruppo irrorando il suo commento di volgarità irripetibili - Pensa li chiamano artisti?Come può essere frutto di un artista, una, anche se reale riproduzione di corpi, pittori senza alcuna inventiva, alcuna personalità, altro non erano che antichi fotografi.-
A quelle affermazioni, mi allontanai perché non volevo sentire altro di quanto udito. Mentre i miei occhi facevano beare la mia anima tra un “Tiziano” un “Canaletto” un “Tintoretto” e altri immani pittori di quelle fiorenti epoche, finalmente, a far beare la mia anima non furono solo i miei occhi, ma anche il mio udito, sentendo in lontananza un tale sulla cinquantina, vestito decentemente con degli abiti non vistosi né per eleganza né per trascuratezza, una giacca di velluto beige con delle toppe marroni, sopra una camicia bianca ben inamidata e chiusa da un papillon rosa e un pantalone ben stirato dello stesso tessuto della giacca, che aveva tutta l’aria di essere un professore universitario intento a spiegare a dei ragazzi totalmente diversi sia per l’abbigliamento che per l’olezzo, e in cuor mio speravo anche per intelletto, di quelli che avevo visto e purtroppo udito prima. Furtivamente mi avvicinai per meglio udire quelle spiegazioni.
Avvicinatomi a una distanza tale che mi consentiva di bene udire le parole, finalmente, fissando quei dipinti e ascoltando con attenzione le parole, mi sembrava di vivere in quei misteriosi anni, vedere quelle polverose botteghe, sentire l’acre odore di quei colori abilmente impastati da quei maestri. Pur fissando intensamente quei dipinti pian piano nella mia mente si scolorivano fino a diventare una bianca tela, e vedevo quegli immani maestri che con sapiente amorevolezza, intingevano i pennelli nelle misture sapientemente prima preparate e brandendoli con la stessa fierezza del paladino che impugna la scimitarra e colpisce il Saraceno, si avventava su quelle candide tele, con l’unica differenza che il paladino avrebbe distrutto o la sua o la vita del Saraceno, mentre il maestro avrebbe dato vita ad una immane gioia che per secoli, avrebbe fatto beare generazioni e generazioni di persone, (ad eccezione degli stolti in cui mi ero abbattuto prima), ed a ogni pennellata, come per incanto si materializzavano quelle figure irrorate da misteriosa luce che da epoche erano impresse in quelle tele.
Mentre ero assopito in questi miei beati pensieri, venni destato da quell’incanto da un lieve pianto, contemporaneamente, mi accorsi che anche colui che doveva essere il professore, interruppe la sua spiegazione, in quanto anch’egli, era stato scosso da quel pianto. Guardando con attenzione, notai un uomo tarchiato e basso con le spalle curve per gli affanni di usuranti lavori sin dalla giovane età, (cosa che sarebbe stata impensabile per i giovani olezzanti e gli uomini pinguino incontrati poco prima), parzialmente calvo, di circa settant’anni, con la pelle visibilmente bruciata dal sole, gli occhi scavati, un viso scarno rigato da lacrime che descrivevano delle ellissi, per circoscrivere le rughe che ne segnavano il volto; avvolto da una camicia che destava subito agli occhi, i numerosi lavaggi che questa aveva dovuto subire e con il colletto leggermente ingiallito, abbottonato sino all’ultimo bottone e priva di cravatta; una giacca scura visibilmente consumata e i pantaloni uguali alla giacca sia per il colore che per l’usura. Nelle mani teneva un basco nero che martoriava con le grosse dita callose, tipiche di chi con l’uso di quelle mani si guadagna da vivere.
Senza esitare, mi avvicinai per chiedergli se avesse bisogno di aiuto e con la coda dell’occhio, notai che il presunto professore del quale non mi ero più curato, istantaneamente ed in silenzio mi seguiva.
- Scusatemi? – incominciai, ma non ebbi alcuna risposta, - Scusatemi - ripetei, ma l’uomo sembrava come in uno stato di trance, come se in quella sala non ci fossero altri che quella raffigurazione del Bacino san Marco di Venezia del 700 e lui. - Scusatemi -, ripetei, questa volta scuotendolo per un braccio con tutta la delicatezza di cui ero capace, finalmente destando la sua attenzione. - Comandate signore-. L’uomo cominciò ancor prima che io potessi proferire parola - Vi è successo qualche cosa di grave? Avete bisogno di Aiuto? - immediatamente replicai e mentre interrogavo l’uomo, il professore mi stava alle spalle visibilmente incuriosito da quello strano accadimento.
L’uomo, a quella mia domanda e guardandosi intorno, come se per la prima volta si rendesse conto in quale luogo si trovasse, asciugandosi gli occhi con un gesto repentino dell’avambraccio e arrossendo visibilmente, replicò:
- perdonate signori, - riferendosi anche al professore che ormai mi era quasi al fianco - non è successo nulla di grave , sto bene, ma mentre guardavo queste scene dipinte, la naturalezza di questi movimenti raffigurati… Sapete, io sono un contadino e coltivo un campo di radicchio nelle campagne di Treviso - stavolta mentre arrossiva, abbassava lo sguardo con un senso di vergogna, e subito dopo continuò dicendo, - Io, non ho mai studiato, sia per colpa mia sia perché era più importante che dessi una mano a mio padre nei campi. Ma amo guardare spesso quei documentari, sapete quelli che danno a volte alla tv?- . -Si- replicammo in coro io e il professore. - Non avevo mai visto dal vero quei dipinti che mostravano in tv – continuò l’uomo – È adesso, nel guardarli, provo una sensazione tanto starna che non so spiegare. Sapete, quando ascoltavo le spiegazioni che davano in tv di quei dipinti simili a questi, non riuscivo a capirne il significato, ma ora, mi sento come rapito dalla loro bellezza e mi sembra di sentire le grida dei commercianti in piazza san Marco, l’odore del sudore dei rematori su quelle barche – diceva mostrando un quadro del canaletto raffigurante il bacino san Marco, e continuando a parlare con la voce spezzata dalla commozione e il volto rigato dalle lacrime – La perfezione di quei corpi muscolosi e la luce che emana quel cristo, quello sfondo nero pieno di luminosità,- indicando un altro quadro di Tiziano, - mi ricorda la semplicità dei miei campi, la bellezza delle montagne che leniscono la fatica e il dolore delle vesciche provocate da lunghe ore di zappa. E non ho potuto e non posso fare a meno di commuovermi.- Incantato da quelle parole che nella mia anima risuonavano come meravigliosi versi di grandi poeti, non riuscii a replicare, ma pronto il professore che ormai mi stava qualche passo avanti, seguito dai suoi allievi, che pendevano dalla sue labbra, come gli apostoli del Cristo raffigurati nell’ultima cena di Leonardo da Vinci, con la voce spezzata dalla commozione, volgendosi soprattutto ai suoi allievi, replicò: - Mio caro amico - così chiamò quell’uomo che continua a sgorgare lacrime dagli occhi. - Oggi, sia io che miei allievi, vi siamo grati perché ci avete dato una delle più intense e importanti lezioni che uno studioso dell’arte possa ricevere. Come distinguere se un’opera d’arte è tale oppure solo qualcos’altro.- Sia io che l’uomo che nel frattempo aveva smesso di piangere, ascoltavamo esterrefatti quell’accorato discorso del professore. - E oggi, grazie a voi caro amico - continuava rivolgendosi al contadino – Affermo con certezza “che se una qualsiasi opera d’arte è apprezzata con commosso trasporto, da chi all’arte non è avvezzo, quella e solo quella è una vera opera d’arte!”.- Dopo aver pronunciato con estrema solennità quelle parole, si volse verso il contadino, gli strinse la mano, lo ringraziò e con la schiera dei suoi “discepoli” si allontanò, mentre il contadino ancora incredulo per quelle parole che avrebbe continuato fiero a raccontare nei campi mentre coltivava il radicchio e la sera all’osteria, ancora più emozionato di quanto lo avevo incontrato continuava a fissare quei quadri, lasciando che le lacrime continuassero a rigargli il volto incurante di quanto lo circondasse.
Io stavo per salutarlo, ma nel vederlo tanto assopito, nell’osservare quei dipinti, non volli distoglierlo da quell’incanto.
Mi allontanai felice di aver visitato una affascinante mostra d’arte e di aver incontrato il miglior critico d’arte che avessi mai potuto incontrare.

Gaetano GULISANO
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