sabato 17 maggio 2008

Monte la civetta

Un giorno mentre passeggiavo per le vie di Canale d'Agordo ( che è l'attuale nome di Forno di Canale), mi trovai davanti in tutta la sua imponente maestosità il monte "La Civetta.
Guardavo quasi ipnotizzato, quella massa all'apparenza inerte, inanimata, di possente roccia.
Il sole del tardo pomeriggio, gli donava una lucentezza che sembrava propria, come se fosse il sole stesso ad illuminarsi al cospetto del monte e non viceversa.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quell'incanto e, le persone che mi passavano accanto, d'un tratto, sembravano mute ed inanimate, sembravano delle statue in movimento.
Mi trovai ad ascoltare con l'anima, quel monte che mi raccontava di come gli uomini, non si curano di ascoltare la voce della natura, perché troppo impegnati nelle loro folli guerre.


MONTE LA CIVETTA


Ti vedo roccia nuda e possente,
ma muto mi parli monte imponente,
t’appellan come il rapace uccello
e usi le nubi come cappello.

Della civetta hai la parvenza
e della roccia la sua potenza,
quando il sole ti viene a baciare
dai luce al Forno di Canale.

Ti dicon spoglio di spirto vitale,
e che, agli umani non puoi parlare,
ma più ti rimango a contemplare
e oltre sento il tuo narrare.

Di gente dura senza sgomento,
che per la valle senza paura
dall’alba al tramonto duro lavora.
Narrami oh monte di quella gente
che ignara d’esser di razza uguale
folle si volle sterminare.

Sento il tuo pianto maestoso monte,
li nomi figli quei prodi alpini
sia Austriaci che Italiani,
che la follia di un attentato
uomini in belve a presto cangiato.

Ancor tu gemi nel tuo narrare
e ti domandi con gran stupore,
perché quei figli dell’Alpi belle
udir non seppero le favelle,
che con muta voce quei monti urlavano
e alla pace le genti invocavano.

Oh caro monte dall’ali abbondanti,
ancor mi narri di guerre furenti,
del cimitero dei figli tuoi
che fu il fratello tuo Lagazzuoi.

Ancor io odo il tuo singhiozzare,
mentre ascolto il tuo serio narrare,
di quei figli sepolti in altra vallata
sulla sorella tua Marmolada.

Che gravi accenti io colgo col core,
mentre mi narri di sì tanto orrore,
che ancor non stanchi di guerre immani,
or sei tu tomba di quei partigiani,
che per liberarci dall’oppressore,
caddero fieri con onore.

Dunque comprendo perché mi parli
con così grave supremo accento,
perché io narri al mare e al vento
e alle genti di tutto il mondo
che non ve roccia possente e muta
se l’alma in sorda non si tramuta.


Gaetano GULISANO

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